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Una sfida globale

La pandemia di Covid-19 ha evidenziato come mai prima, anche in ampi strati di opinione pubblica, quanto possa essere rilevante il rafforzamento delle organizzazioni internazionali e la cooperazione fra paesi, su scala globale, per rispondere a sfide e problematiche che investono l’umanità intera. Anche in ragione di un sistema economico e commerciale che ha fatto emergere una rete di interdipendenze sempre più fitta e determinante.

Per troppo tempo si è voluto far coincidere la definizione di una governance globale con gli orientamenti di organizzazioni internazionali tese prioritariamente a tutelare i dogmi della declinazione neoliberista della globalizzazione (a partire ad esempio dalla libera circolazione dei capitali), lasciando in secondo piano la cooperazione e gli investimenti comuni sul piano della salute, della ricerca, del cambiamento climatico, della cura degli ecosistemi come responsabilità globale di tutti i paesi. D’altronde, le vicende degli Stati Uniti (Trump), del Brasile (Bolsonaro), perfino del Regno Unito (Johnson), ci dicono di come il virus abbia messo in crisi, alla radice e in modo repentino e forse perfino inaspettato, la narrazione della demagogia nazionalista delle destre, che hanno costruito il loro consenso sul ripiegamento nei confini e sull’esaltazione di un’ipotetica autarchia, inesistente ma utile sul piano elettorale.

Se il Covid-19 non è un avvenimento episodico, ma l’ennesimo segnale, e il più drammatico, di un modello di sviluppo globale insostenibile, le cui contraddizioni economiche e ambientali potrebbero essere incompatibili con la sopravvivenza stessa della specie umana, la sinistra che verrà non può che alzare lo sguardo su questa dimensione internazionale, interrogandosi a quel livello su quali risposte proporre e su quali istituzioni transnazionali possono farsene interpreti.

È a questo livello – globale – che necessiteremmo di una credibile organizzazione e proposta delle forze della sinistra, del socialismo, dell’ecologismo. L’ultimo grande movimento internazionale capace di mettere in discussione le fondamenta dell’egemonia politica, economica e culturale del neoliberismo, che nella sua pluralità era riuscito, nel passaggio di millennio, a indicare un’alternativa a questo modello di sviluppo, è stato battuto proprio quando le sue ragioni diventavano, drammaticamente, sempre più evidenti.

Nella ferocia del rapporto fra nord e sud del mondo, nelle disuguaglianze esplose nei paesi a capitalismo avanzato dopo la crisi finanziaria del 2008 e nella riorganizzazione globale dei capitali e delle catene del valore che ne è seguita, nello sfruttamento sempre più intensivo delle risorse finite del pianeta e nelle sue conseguenze per il diritto a una vita dignitosa di miliardi di donne e uomini.

Le molteplici esperienze del nuovo millennio che hanno indicato e praticato una strada alternativa nei propri paesi – dalla stagione latinoamericana dei movimenti di emancipazione e dei governi del Socialismo del XXI secolo al socialismo anglosassone di Jeremy Corbyn e Bernie Sanders, passando per le sinistre che, raccogliendo la spinta dei movimenti anti-austerity sorti dall’ultima crisi, hanno dato vita a esperienze di governo in Grecia, Spagna, Portogallo – non sono riuscite a disegnare un nuovo movimento per l’alternativa, una Internazionale davvero all’altezza delle sfide da affrontare su scala globale.

È questo impegno per la costruzione di un nuovo spazio politico internazionale in cui sviluppare elaborazione e iniziativa politica condivisa, per il superamento di questo modello economico e sociale di sviluppo, per il socialismo, che chiama in causa direttamente la nostra generazione, qui come in ogni altro paese d’Europa e del mondo.

In uno scenario segnato dalla “terza guerra mondiale combattuta a pezzi” e per procura (basti pensare a quanto continua ad accadere in Libia o in Siria, nel rapporto fra vecchie e nuove potenze regionali, e in particolare fra Russia e Turchia) e dalla “nuova guerra fredda” (fino ad oggi commerciale e tecnologica) fra USA e Cina, l’Europa è chiamata ricostruire il proprio ruolo, con la consapevolezza di un “nuovo” mondo multipolare che si fa avanti e in cui la pandemia sta accelerando una mutazione di equilibri già in atto.

Occorre allora partire da valori che sono nel DNA della storia recente del nostro continente: democrazia e pace.

Riprendere l’iniziativa per la pace e il disarmo a partire dal disarmo nucleare e dalle testate statunitensi presenti sul territorio italiano ed europeo, come indicato anche recentemente dalla SPD in Germania. Ocontribuire a rafforzare una voce autonoma e comune dell’Europa, che rischia di veder implodere le proprie relazioni internazionali fra le pressioni di un’amministrazione USA che per la prima volta ha esplicitato un’iniziativa antagonista al processo di integrazione europeo (anche privilegiando, per ragioni geopolitiche ed economiche, i rapporti con alcuni paesi baltici e dell’est) e l’iniziativa commerciale e diplomatica cinese di fronte alla quale l’Unione fatica a individuare priorità e obiettivi condivisi.

In questo senso l’Europa – e a maggior ragione il nostro paese dovrà adoperarsi in questa direzione, per storia e per il ruolo di crocevia che ha in virtù della propria collocazione geografica – dovrebbe maturare una sempre più chiara politica di contrasto alle spinte che vorrebbero imbrigliare il mondo in una nuova contrapposizione fra due grandi potenze. 

L’elezione di Biden come quarantaseiesimo presidente degli Stati Uniti apre una fase nuova, e non può che rappresentare un elemento positivo anche nel contesto internazionale. Sia per aver fatto venir meno un punto di riferimento globale delle forze reazionarie e nazionaliste, come era diventato Trump alla Casa Bianca, sia per l’indubbio ruolo svolto dalle mobilitazioni sociali che hanno attraversato il paese (da Black Lives Matter alle istanze per i diritti del lavoro e contro le disuguaglianze rappresentate dall’ala socialista dei Democratici) nel favorire un’ampissima e composita partecipazione al voto, facendo di Biden il più votato presidente della storia USA. 

Sarebbe un errore, tuttavia, pensare che il “trumpismo” sia stato archiviato dal voto del 3 novembre, come dimostra il tentativo del presidente uscente di mantenere il controllo del Partito Repubblicano, che potrebbe per altro conservare la maggioranza dei seggi al Senato. Allo stesso modo sbaglieremmo se pensassimo che l’elezione di Biden in sé possa risolvere le contraddizioni del ruolo internazionale e geopolitico degli USA, sia in relazione alle tensioni commerciali con la Cina che rispetto alla necessità di assumere l’orizzonte di un approccio multipolare nelle relazioni e nelle controversie globali.

Anche per questo, con la consapevolezza di un dialogo fra culture e sistemi istituzionali e sociali profondamente differenti, è necessario per l’Europa “capire” la Cina, creare le condizioni perché l’Europa divenga un punto di riferimento per una prospettiva di cooperazione internazionale, di risoluzione diplomatica delle controversie, di condivisione delle linee di fondo dello sviluppo globale economico, tecnologico e infrastrutturale dei prossimi decenni. Emancipandosi, nell’ambito dell’Alleanza Atlantica, da ogni subalternità verso gli USA e sapendo costruire, nel lavoro comune, argini all’egemonia internazionale che Pechino sta tessendo da tempo ed efficacemente.

Per storia, collocazione geografica, relazioni politiche, culturali e commerciali, i destini dell’Italia sono da sempre legati a quelli del Mediterraneo. Negli ultimi anni il nostro paese sembra tuttavia aver perso la propria capacità di giocare un ruolo di primo piano nelle vicende del “Mare nostrum”. Anche nei più recenti sviluppi dello scenario libico, che hanno certificato una progressiva e preoccupante uscita di scena dell’Italia (sospinta negli anni ai margini anche da paesi nostri alleati). È a maggior ragione urgente per la sinistra riappropriarsi di un’analisi e di una rete di relazioni nel e per il Mediterraneo. Con l’intento di proporre una nuova centralità dei rapporti che il nostro paese può avere, dal mondo arabo all’intero continente africano.

Adoperandosi per promuovere la stabilità e i processi di pace in Medio Oriente e riassumendo come prioritarie nell’area le relazioni con le forze politiche di emancipazione e di liberazione, democratiche e di sinistra, che hanno spesso conosciuto, in passato, nell’Italia un interlocutore affidabile. Anche per questo rimane centrale il conflitto israelo-palestinese. Oltre al dramma umanitario – e al diritto negato all’autodeterminazione di un popolo – il valore simbolico di questa ferita ancora aperta fa sì che solo attraverso una soluzione avanzata e condivisa della questione palestinese si possa immaginare una ripresa nell’area dei movimenti laici e democratici. Occorre allora denunciare con forza i recenti annunci di Netanyahu sull’annessione della Cisgiordania da parte di Israele e riproporre la necessità e l’urgenza di liberare i cittadini della Striscia di Gaza dalle attuali e drammatiche condizioni di vita in cui sono costretti e di arrivare a una soluzione che garantisca due stati per due popoli.

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