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Un nuovo europeismo

Siamo convinti che una nuova soggettività progressista debba essere costruita attorno al superamento della dicotomia tra europeisti ed euroscettici e alla costruzione di un’alternativa credibile a chi scommette sul fallimento dell’Unione così come all’adesione cieca all’attuale tecnostruttura europea.

Per riuscirci pensiamo sia indispensabile cominciare con il rompere il vocabolario e tutto lo strumentario narrativo proprio di quel “perbenismo europeista”, troppo spesso negli ultimi anni praticato dalla sinistra italiana, che vede sistematicamente la divisione del campo tra populisti e responsabili e provare a guardare alle grandi questioni comunitarie con le lenti della sinistra e con il coraggio di riconoscere limiti e storture dell’attuale impianto europeo, anche infrangendo tabù e reticenze.

Su questo terreno pensiamo che il primo passo da compiere sia quello di dire con chiarezza che o l’Unione diventa di più di una mera area di libero scambio, o semplicemente non è. Continuare a pensare che reciproche dipendenze commerciali tra gli Stati membri possano supplire ad una appartenenza fondata su simboli e culture, su solidarietà e fratellanza tra popoli, sarebbe un’illusione drammatica.

Senza uno scatto su questo terreno sarà sempre più difficile costruire una prospettiva comune tra Paesi caratterizzati da un alto debito privato, una tassazione bassa e una progressiva privatizzazione dello stato sociale e Stati che tentano di mantenere un barlume di welfare, spendono tanto ed hanno un debito pubblico oneroso. Nord e Sud, rigoristi ed espansivi, falchi e colombe, formiche e cicale, creditori e debitori. Una mediazione costantemente, quasi sempre affidata a Francia e Germania, tra due fronti la cui differenza è innanzitutto culturale prima che economica e molto probabilmente insolvibile al lato pratico senza che qualche Paese come la Grecia non rischino di pagarne il conto.

Dal punto di vista dei rischi per la stabilità dei sistemi finanziari infatti, gli eccessi del debito privato sono più pericolosi e più probabili della possibile insolvenza del debito pubblico di un Paese Occidentale. Le due maggiori crisi finanziarie dell’ultimo secolo (1929 e 2007) sono state crisi del debito privato. Una differenza che si può così sintetizzare: il debito pubblico si è sempre potuto finanziare con la monetizzazione da parte della banca centrale; questo di contro non fornisce sponde a capitali privati in cerca di rendite, tanto che simili operazioni in UE furono rese illegali dai trattati in vigore.

Il rischio che la diversa forza economica degli Stati avesse potuto minare la tenuta dell’Unione rappresentava – a ragione – uno dei grandi rischi dell’adozione della moneta unica. Il mercato unico e l’abbandono dei dazi doganali si reggono nel caso in cui lo stato più forte si faccia carico di comprare in ultima istanza le merci prodotte dagli alleati.

All’interno del mercato unico europeo, invece, l’uniformità delle valute dei Paesi dell’eurozona al marco tedesco ha generato un generale aumento dei prezzi delle merci prodotte da tutti ad eccezione della Germania, grazie al quale quest’ultima ha accumulato un enorme surplus commerciale. Un processo molto simile avvenne nel momento dell’unificazione delle due Germanie, con l’adozione del Marco occidentale da parte della DDR. Tutti i Paesi comunitari sono compratori di ultima istanza delle merci Tedesche, mentre la Germania ha come principali partner Stati Uniti e Cina. Questo stato di cose genera un forte squilibrio competitivo. Squilibrio che ha portato diversi Paesi a dover tagliare lo stato sociale e precarizzare il lavoro (in Italia anche privatizzando le Partecipate statali, col risultato di indebolire lo stato insieme al mercato interno).

Divisioni, squilibri economici e politici derivanti anche da difetti di fondo del mercato unico, hanno prodotto negli anni una pericolosa divaricazione tra prospettiva comunitaria e interesse nazionale, favorendo regionalismi e pulsioni centrifughe – di cui la Brexit ne è l’esempio più concreto.

La crisi sanitaria ha accelerato la consapevolezza dell’insostenibilità di questa impostazione, rivelandosi decisiva per il futuro, forse per l’esistenza stessa dell’Unione.

Tornando con la memoria ai primi giorni di Marzo 2020, la solidarietà in ostaggio alla dogana tedesca assieme ai DPI destinati al nostro Paese, la chiusura delle frontiere e la sospensione di Schengen, la lentezza della Bce nel dare risposte, l’ostinazione nel dare regole e soluzioni nazionali a un problema palesemente globale e che evidentemente non avrebbe conosciuto confini e frontiere, hanno rappresentato i sintomi di una colpevole mancanza di coraggio, di funzione, di senso.

L’Europa è sembrata mancare proprio nel momento del bisogno. I momenti che, nella storia, possono invece segnare i grandi cambiamenti, portare a risposte e a soluzioni fino a quel momento impensabili.

Il Covid ha imposto la necessità di una strategia comune per impedire una crisi che non è solo crisi dei mercati come in passato, ma una crisi dell’economia reale che riguarda tutto il nostro continente e coinvolge milioni e milioni di persone.

È evidente che un simile scenario non poteva e non può essere affrontato dai singoli Stati, né usando strumenti concepiti per un mondo passato. La decisione di sospendere alcune delle più inviolabili regole europee, giudicate dagli stessi promotori insostenibili e d’intralcio alla propria ripartenza, lo dimostra.

L’istituzione del Next Generation Ue e del fondo Sure sono, senza dubbio, un primo segno tangibile che la solidarietà su cui abbiamo piantato la bandiera europea può non essere solo una chimera, e possono segnare il primo, timido, inizio di una politica comunitaria in materia di fisco ed economia. Un primo passo, non sufficiente, non risolutivo, ma un primo passo importante da non relegare ad esperimento isolato.

Rendere, infatti, permanenti le nostre emissioni di debito comune e creare un Tesoro a livello europeo dovrebbe rappresentare un obiettivo. Con i bond europei sarebbe possibile impegnare la BCE nel finanziamento delle grandi transizioni del nostro tempo, ampliandone così la mission che non può essere esclusivamente quella del controllo dei prezzi, ma, al contrario, deve puntare al raggiungimento della piena occupazione.

In un quadro complessivo di contrasto al dumping sarebbe importante che gli Stati membri si impegnassero in riforme fiscali coordinate a livello europeo, in modo da poter sviluppare politiche redistributive per ridurre le diseguaglianze.

L’istituzione di un salario minimo europeo rappresenta un importante traguardo per ridurre la disuguaglianza salariale, sostenere la domanda interna e rafforzare gli incentivi al lavoro, garantendo così una concorrenza leale.  

Allo stesso modo riteniamo concreto l’obiettivo di lavorare alla cancellazione dei debiti dovuti alla crisi sanitaria. Riproporre i limiti del Patto di Stabilità e Crescita e imporre piani di rientro dai debiti Covid comporterebbe costi sociali insostenibili, distruggerebbe qualsiasi ipotesi di ripresa e favorirebbe la disgregazione dell’Unione.

Siamo convinti che Meccanismo Europeo di Stabilità sia uno strumento anacronistico. Un figlio superato della crisi del 2008 che porta con sé lo spettro di ristrutturazioni del debito improvvide legate a giudizi terzi sull’insolvenza degli Stati.

Nell’Europa del più forte non vince nessuno e perdiamo tutti. È questo il principio attorno al quale pensiamo debba essere costruito un nuovo europeismo e immaginata una nuova governance dell’Unione. Una riforma che preveda l’eliminazione del potere di veto in capo ai singoli governi, l’attribuzione del diritto di iniziativa legislativa al parlamento europeo e l’apertura concreta di un dibattito sull’elezione diretta del Presidente della Commissione Europea che goda della prerogativa di nominare i membri del proprio Governo.

Su queste basi sarebbe più semplice pensare ad una politica estera comunitaria che possa tenere conto e fare sintesi delle diverse esigenze dei singoli stati membri. Solo allora, e dopo una profonda revisione della governance, pensiamo si possa parlare concretamente di veri e propri strumenti di difesa comunitari superando l’attuale Cooperazione Strutturata Permanente e il sistema attuale di sanzioni.

Dentro questa cornice si colloca la costruzione di un rinnovato fronte socialista europeo, capace di emanciparsi dal Partito Popolare e mettere in discussione un modello di sviluppo basato sull’egemonia del pensiero neoliberista e del capitalismo, così come si è affermato nel mondo della globalizzazione e dello strapotere della finanza. 

Dalle grandi crisi non si esce mai con il mondo di prima. Il novecento ce lo ha dimostrato. Traghettare 27 Paesi e milioni di europei fuori da questa tragedia può rappresentare l’occasione per l’Europa di riformarsi e rinascere su valori di democrazia, fratellanza e giustizia sociale. L’alternativa è rimanere legata al peso dei singoli egoismi, e rischiare di affondare.

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