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Un nuovo rapporto tra Stato e Mercato

Coniugare sviluppo e sostenibilità sociale, ridurre le diseguaglianze, garantire diritti – a partire di quelli del lavoro. Per raggiungere questi obiettivi risulta indispensabile, soprattutto alla luce della lezione che viene dall’emergenza sanitaria, ripensare il rapporto tra istituzioni pubbliche e mercato riconsegnando una direzione strategica all’intervento pubblico. 

Una nuova identità progressista deve avere essere costruita partendo dalla consapevolezza della necessità di disegnare un apparato pubblico capace non solo di sostenere ma anche di orientare l’economia. In altri termini occorre superare il modello tradizionale della socialdemocrazia, basato su regolamentazione del mercato e redistribuzione di ricchezza e dotarsi di strumenti per una redistribuzione del potere economico che garantisca davvero la giustizia sociale. 

Dentro questo disegno si colloca un deciso interventismo in economia finalizzato a cambiare gli assetti proprietari e le logiche produttive del Paese. Serve progettare un’economia mista più avanzata, basata su uno Stato imprenditore all’avanguardia, che persegua insieme crescita e progresso.

L’Italia basa la propria competitività internazionale, ormai da anni, sulla compressione dei salari. I fatti ci dicono che questo sistema non è in grado di assicurare uno sviluppo “stabile, sicuro e duraturo”, genera diseguaglianze inaccettabili, mette in discussione la coesione sociale e funge da freno sugli investimenti. L’intervento pubblico è indispensabile per invertire questa tendenza. Solo lo Stato può maturare la strategia e la forza per fermare la compressione della domanda interna e tutelare l’occupazione e lo sviluppo sostenendo le imprese. 

La forza dell’Italia dipenderà anche dalla capacità pubblica di dirigere gli apparati produttivi strategici, sia partecipandoli, sia acquistandoli, sia, eventualmente, nazionalizzandoli. 

È importante una revisione del diritto industriale, finanziario e bancario per stroncare le speculazioni più dannose, metterci al riparo dal periodico panico dei broker, orientare l’iniziativa economica verso il benessere sociale come scritto nella la nostra Costituzione e tornare ad una vera programmazione in campo di politiche industriali.

Servono politiche mirate a scongiurare le delocalizzazioni, nell’ottica d’una cooperazione europea contro la concorrenza fiscale e sociale. Tuttavia, anche il rilancio della domanda interna è condizione indispensabile per mettere fine al dumping sociale. 

Larga parte della distribuzione economica è questione politica: perciò è importante che anche in Italia si consenta una maggior partecipazione dei lavoratori nelle decisioni dell’impresa, per esempio tramite quote di dipendenti all’interno degli organi sociali (e in particolare dei CDA). L’impresa svolge una funzione sociale: per valorizzarne il ruolo è indispensabile introdurre numerosi mezzi di democrazia economica, che permettano a tutti di avere voce nelle decisioni che influenzano la propria vita. 

Spezzare i numerosi oligopoli e restituire qualità della vita e potere d’acquisto ai lavoratori non basta. Serve che gli investimenti in ricerca e sviluppo assicurino una conversione ecologica di tutti i principali settori industriali del nostro Paese, e riducano la dipendenza energetica italiana dai grandi esportatori di petrolio. Così il sistema avrà ossigeno per parecchi anni a venire.

Infine, lo Stato ha l’obbligo di aumentare e dirigere gli investimenti in ricerca scientifica e tecnologica, un campo in cui siamo fanalino di coda da anni e in cui invece bisogna rimediare a errori storici. Dopodiché serve offrire un sostegno più ingente alle imprese innovative, quale che sia la loro dimensione e sulla base di progetti di lungo periodo. Ma ciò che conta davvero è garantire una condivisione dei profitti raccolti dalle imprese che fanno fortuna in innovazione. 

Troppo spesso lo Stato si limita alla socializzazione delle perdite, rinunciando a tutti i profitti che l’innovazione (abbondantemente fertilizzata da risorse pubbliche) produce. Così avremo un apparato produttivo che compete sulla qualità del prodotto e avrà ricadute positive sul Paese.

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