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Salute

La sanità pubblica universalistica e il diritto alla salute sono la misura della civiltà di una nazione.

L’Art. 32 della nostra Carta Costituzionale recita: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”. 

È l’unico articolo in cui accanto alla parola “diritto” viene accostata la parola “fondamentale”. Questo articolo ci dice che non importa quanti soldi hai, da dove vieni, il colore della tua pelle, hai sempre diritto ad essere curato. Non in quanto cittadino, ma in quanto individuo.

Tuttavia la condizione drammatica che l’Italia si è trovata ad affrontare durante l’emergenza sanitaria è il risultato di una stagione durata trent’anni di cui il virus ha rappresentato solo un duro epilogo. 

L’Italia, infatti, è il Paese più anziano d’Europa con 24 milioni di malati cronici. Le disomogeneità tra Nord e Sud sono enormi. I posti letto ogni mille abitanti per gli over 65 nelle Rsa sono 40 a Bolzano, 24 in Piemonte, 3 al Sud. Il decreto 70 del 2015 ha portato l’Italia ad avere il più basso numero di posti letto in Europa, senza però creare strutture sul territorio. 

Il Covid ha impartito una lezione di fondo anche ai più refrattari liberisti: la Salute come bene comune è condizione necessaria alla crescita economica, all’economia stessa, alla libera circolazione delle merci. Il rovesciamento di questo semplice rapporto causale ha giustificato per anni il taglio della spesa pubblica, con un ventennio di avanzi primari, a scapito dello stato sociale. 

In ambito sanitario, la portata dei tagli lineari inferti al nostro SSN e la delega all’iniziativa privata in ragione dell’inefficienza del pubblico, contrapposta alla eccellenza del privato, hanno portato ad una progressiva carenza e disfunzione dei servizi al cittadino. 

In un decennio sono stati fatti trentasette miliardi di tagli con una perdita di oltre 70.000 posti letto, oltre 350 reparti chiusi, un’infinità di piccoli ospedali abbandonati e la medicina territoriale con le gambe tagliate.

L’apertura di una nuova stagione in campo progressista deve necessariamente partire dall’inversione di questa tendenza e siamo convinti che la nostra generazione debba farsi carico di questa sfida. Il SSN è il bene più prezioso di cui disponiamo. Abbiamo il dovere di tutelarlo e di consegnarlo alle future generazioni in una condizione migliore di come le passate lo hanno consegnato a noi.

NUOVI MEDICI

La più grande sfida con cui fare i conti sarà garantire un ricambio adeguato e sufficiente di professionisti della salute. Tra il 2020 e il 2030, infatti, andrà in pensione circa il 40% dei medici italiani. 

Nell’ultimo ventennio si è cercato in ogni modo di accorpare i reparti ospedalieri e diminuire i posti letto, peraltro senza potenziare i presidi sul territorio, diminuendo le assunzioni e la formazione di nuovi professionisti della salute. Per troppi anni il nostro SSN è stato costretto dentro una camicia di forza. Una norma che ha bloccato la spesa del personale sanitario a quella del 2004 meno l’1,4%. Un respiratore, una mascherina si possono comprare. Un medico, un anestesista, un infermiere non si comprano al mercato e non si possono improvvisare. Ci vogliono anni di formazione e investimento. 

Conseguenza scontate di questo impianto sono le infinite liste d’attesa, le lungaggini per ottenere assistenza, l’eccessivo carico di lavoro (con pesanti ricadute psicologiche) per il personale sanitario, le inefficienze nell’erogazione dei servizi. Prezzi che non possiamo più permetterci di pagare. 

Un SSN in affanno contribuisce ad amplificare diseguaglianze e differenze di opportunità. È inaccettabile che in una società moderna l’accesso alle cure possa dipendere dalla possibilità di potersi permettere l’accesso a strutture private.

Il numero chiuso per i corsi di laurea in medicina e nelle professioni sanitarie è riuscito ad imprimere un modello votato alla competitività ed al successo personale anche in ambito sanitario. Ambito in cui la vocazione per la professione deve essere necessariamente centrale e prioritaria.

Ciò nonostante il numero annuale di nuovi laureati in Medicina e Chirurgia è di molto superiore alle borse di specializzazione medica disponibili per formarli.

Il risultato è che, a fronte della carenza di medici specialisti in Italia vi sia un accumulo di medici costretti ad una condizione di precarietà. Ragazzi incastrati, spesso per anni, nel cosiddetto imbuto formativo. 

A fronte di una capacità complessiva del SSN di formare un numero adeguato di nuovi medici specialisti, il numero di nuovi contratti è ad oggi del tutto insufficiente. Un primo passo è stato compiuto nell’anno 2020 con un aumento di cinquemila borse. 

Riteniamo che dal 2021 in poi tale numero debba essere aumentato fino alla massima capacità formativa del Servizio Sanitario Nazionale.

La presenza di nuovo personale giovane sarà di fondamentale importanza per dare slancio alla ricerca scientifica. Il necessario aumento dei medici specialisti deve essere la bussola con cui riportare il Paese al passo coi tempi in materia di tutela della salute pubblica: efficiente, moderna e alla portata di tutti.

EDILIZIA SANITARIA

Altro capitolo fondamentale è l’edilizia sanitaria. Sul territorio ci sono innumerevoli strutture ormai datate che versano in condizioni precarie. Edifici vetusti, pericolanti, reparti o interi ospedali chiusi perché inagibili. È necessario allora puntare su un grande piano di ristrutturazione edilizia e messa in sicurezza delle strutture sanitarie pubbliche. 

I fondi del Next Generation Ue o un aumento della spesa corrente dovranno in parte andare in questa direzione. Tale piano, non solo garantirebbe strutture più moderne e sicure con un servizio ai cittadini più efficiente, ma costituirebbe anche un’occasione di rilancio economico con un ritorno occupazionale importante sull’indotto.

Il recupero di ciò che è già edificato, senza ulteriore consumo di suolo, consentirebbe di riattivare le costruzioni quale importante motore economico tenendo conto del problema ambientale, limitando quindi l’impatto sul territorio.

È importante puntare a superare le differenze territoriali, sia per ciò che attiene alle strututre, sia per ciò che attiene ai livelli essenziali di assistenza. Abbiamo il dovere di garantire il diritto alla salute ad ogni cittadino, indipendentemente da dove viva. 

LA MEDICINA TERRITORIALE

Gravi ritardi sistemici riguardano la stessa organizzazione del sistema ospedaliero, la distribuzione delle strutture territoriali residenziali, la mancanza di case della salute in numero sufficiente su tutto il territorio nazionale per la gestione dei pazienti cronici.

Per migliorare il SSN occorrerà ridefinire il ruolo territoriale dei servizi di prevenzione, integrare tra loro i servizi ospedalieri, definire un ruolo nuovo della medicina di famiglia, organizzare in maniera efficace il ruolo e le funzioni della specialistica ambulatoriale e delle guardie mediche di modo che ci sia un alleggerimento degli accessi al pronto soccorso e una diminuzione delle liste d’attesa. 

In questa direzione andrebbe la creazione della “Case della Comunità”. Strutture aperte 24 ore, dove medici di famiglia, infermieri e specialisti possano lavorare gomito a gomito avendo a disposizione strumenti di analisi, da ecografi a spirometri. Diventerebbero il luogo dell’integrazione socio-sanitaria. 

Altro tassello fondamentale sarebbe l’estensione dell’assistenza domiciliare che finora copre il 4 per cento. L’obiettivo dovrebbe essere quello di portarla almeno al livello tedesco, al 10 per cento. 

Terzo punto, gli Ospedali di comunità. Strutture intermedie, molto più agili dei tradizionali ospedali, con pochi posti letto e per degenze brevi. Servirebbero soprattutto nella fase post-ricovero. A questi si aggiungono hospice, consultori e centri per la salute mentale. 

Sarà necessario rendere riconoscibile dai cittadini il Distretto come luogo e strumento funzionale per la tutela della salute. La vera scommessa sarà garantire vicinanza, sociale, morale, geografica dei servizi Sanitari, accorciando la distanza tra questi e il cittadino.

UN SALTO TECNOLOGICO

Siamo entrati ormai da tempo in un’epoca segnata dalla rivoluzione tecnologia, dall’informatica, dai “Bigdata” e dall’intelligenza artificiale. Allo stato attuale la rete informatica sanitaria appare gravemente inadeguata sia per ragioni intrinseche (dataset non univoci) sia per ragioni estrinseche (sistemi informatici regionali, mancanza di cablatura ottica su tutto il territorio).

È necessario uniformare sul territorio nazionale i SW e le dotazioni digitali dovranno essere standardizzate. Occorre portare a compimento il FSE (Fascicolo Sanitario Elettronico) su base nazionale. I dati raccolti serviranno a risolvere i problemi dei singoli e contribuire ad affrontare i problemi sanitari delle comunità. 

Nel fare questo sarà certamente fondamentale garantire, mediante la creazione di server e database nazionali con SW e tecnologie elaborate in Italia, la protezione della privacy dei cittadini, onde mettere questa al riparo da interessi commerciali o di altro genere, siano essi privati o extranazionali o comunque diversi dall’interesse della collettività.

SPESA PUBBLICA

Abbiamo le potenzialità e le risorse per rimettere in sesto uno dei migliori Servizi Sanitari al mondo. A seguito dei decreti Cura Italia e Rilancio della prima metà del 2020, per la prima volta da anni si è invertita la prassi dei tagli lineari. Le ulteriori risorse necessarie, da mettere in campo per quanto proponiamo qui, dovranno essere mantenute nel tempo quando non ampliate. Ecco perché l’accesso alla linea di credito del’ESM “Pandemic Crisis Support” non è all’altezza della sfida.

Se intendiamo assumere nuovi medici e infermieri, se vogliamo potenziare i presidi territoriali e il sistema nel suo insieme, la ricerca scientifica, non serve uno stock di prestiti “una tantum” ma un aumento della spesa corrente nel lungo periodo di modo da non rimanere più indietro e non farci cogliere impreparati in futuro.

UN CAMBIO DI PASSO

Siamo convinti sia nostro dovere, come uno dei soggetti giovanili della sinistra italiana, fare la nostra parte per promuovere un cambio di passo culturale, prima ancora che politico. Dentro la crisi è merso come ci siano valori non negoziabili che hanno a che fare con l’essenza della vita delle persone. La salute, tra questi, è ovviamente il primo.

Siamo reduci dagli anni della sbornia neo-liberista e dell’austerità, il cui intreccio mortale ha prodotto inefficienze drammatiche. Una cultura votata al ribasso delle tutele in nome della competitività sull’export, del pareggio di bilancio e dei limiti di spesa è la vera responsabile di ciò che oggi ci troviamo a correggere, ma più in generale delle diseguaglianze profonde che esistono e si impongono tra Nord e Sud Italia, tra il ricco e l’indigente, tra le realtà più disagiate i centri urbani. 

L’unico rimedio possibile è imparare dagli errori del passato e costruire un sistema forte. 

Occorrerà un incremento strutturale della spesa sanitarie, un piano di investimenti e progetti a lungo termine. Occorrerà ripensare una teoria e una pratica. Dovrà farlo la comunità, che dovrà imparare a maturare un diverso rapporto con il SSN, dovranno farlo le Istituzioni, che avranno la responsabilità di costruire un SSN all’avanguardia, orientato alla ricerca scientifica, al progresso tecnologico. Un sistema universale, accessibile a tutti. Avremo così la certezza di sentirci garantiti da uno Stato Sociale moderno, capace di proteggere e non lasciare, davvero, indietro nessuno.

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