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Lo Stato per il Mezzogiorno

La “questione meridionale” affonda le sue radici in profondità nella storia del nostro Paese, al tempo dell’Unità d’Italia, quando veniva già trattata come un problema, economico e sociale, di carattere strutturale per lo sviluppo del Paese.

Il dopoguerra segnò il massimo punto di distanza tra Nord e Sud d’Italia. Nei primi anni cinquanta e sessanta gli interventi per il Mezzogiorno videro un forte protagonismo dello Stato, con investimenti consistenti in infrastrutture ed industria. Fu questo il periodo di massima convergenza tra le due aree del Paese. Il PIL pro capite del Mezzogiorno in rapporto a quello del Centro Nord aumentò di dieci punti nel ventennio tra gli anni cinquanta e settanta. Da allora la convergenza si è interrotta. Gli interventi di industrializzazione hanno perso consistenza ed efficacia, gli investimenti pubblici si sono ridotti e hanno perso quasi del tutto la loro visione strategica, e l’Italia è diventata un Paese sempre più dipendente dalle esportazioni del Centro Nord fino alla soppressione dell’intervento straordinario, lo smantellamento della Cassa per il Mezzogiorno, il progressivo indebolimento e l’abolizione degli sgravi fiscali sul costo del lavoro e delle gabbie salariali. La crisi finanziaria del 2008 ha, se possibile, aggravato questo scenario. La risposta dello Stato ha dimenticato le specificità del Mezzogiorno, e, ad oggi, secondo Banca d’Italia, i il ritardo del Mezzogiorno rispetto al Centro Nord in termine di Pil pro capite è maggiore rispetto agli anni settanta.

L’incapacità di mettere in campo politiche efficaci per il Mezzogiorno è coincisa con l’estrema debolezza dello Stato rispetto alle logiche del mercato e il pieno protagonismo di politiche liberiste che hanno caratterizzato gli ultimi venticinque anni della storia del nostro Paese, e non solo. Tutto sullo sfondo di fragilità strutturali mai realmente sanate e di una classe dirigente – quella del Mezzogiorno – spesso non all’altezza della sfida.

Una tendenza ormai consolidata sulla quale non si può semplicemente sperare in un cambio di vento. Per combattere e vincere questo ritardo ultradecennale serve la capacità di mettere in campo una strategia complessiva e coerente che abbia l’obiettivo di allargare il terreno produttivo e rendere competitivo, e soprattutto attrattivo, il contesto economico locale, efficaci le pubbliche amministrazioni, stimolare la capacità innovativa e l’accumulazione di capitale umano.

È evidente come solo uno Stato forte e presente, possa guidare un simile progetto di rinascita. Siamo convinti che dal Mezzogiorno non solo dipenda la ripresa economica ma che sia la leva principale per aprire una nuova stagione di protagonismo dello Stato.

Il ripensamento del suo ruolo, infatti, è la condizione necessaria per immaginare e praticare qualsiasi piano di sviluppo per il futuro.

Se così non dovesse essere il rischio, in una società sempre più diseguale, è quello di scivolare sulla strada intercorsa in questi ultimi decenni: carenza di politiche di medio-lungo periodo, incapacità di realizzare infrastrutture, lento e progressivo spopolamento.

La crisi sanitaria da Covid-19 rappresenta, in questo scenario, indubbiamente un punto di svolta importante. Se da una parte ci consegna un quadro economico-finanziario molto complesso, dall’altra rappresenta una opportunità di cambiamento con pochi precedenti nella storia italiana. Questo per i processi di innovazione a cui ha costretto larga parte del Paese, dai cittadini, passando per le PA, finendo alle imprese (si pensi alla telemedicina, al telelavoro o alla DAD) e soprattutto per l’ingente quantità di risorse da poter sfruttare per riforme strutturali.

Innovazione e digitale ne rappresentano sicuramente un tassello fondamentale. Durante la fase più acuta dell’emergenza si è dimostrato come la rete sia stata l’elemento capace di colmare il gap infrastrutturale di alcune regioni, ridurre le distanze fisiche e portare intere aree del Mezzogiorno – oltre che i singoli cittadini – fuori dall’isolamento. Ma nello stesso tempo ha evidenziato come enormi strati della società – Mezzogiorno in primis – soffrano di digital divide – per mancanza di adeguata connettività, di dispositivi di accesso o di cultura digitale – che in genere coincidono con quelli che soffrono già di altri tipi di disuguaglianza. Tutte contraddizioni esplose con la crisi, che ha da un giorno all’altro stravolto lo status-quo proiettando nel ‘digitale’ realtà che erano assolutamente impreparate a farlo, ma che affondano le loro radici molto lontano. 

Se da un lato il digitale rappresenta, senza alcun dubbio, un asset fondamentale per accorciare le distanze tra Centro Nord e Sud Italia, dall’altro dobbiamo avere chiaro che non si può in alcun modo rinunciare ad investire sulle infrastrutture. Il rischio è di riscoprirci tra qualche anno più divisi e lontani di prima e far aumentare a dismisura disuguaglianze territoriali ed economiche già troppo profonde.

La dotazione infrastrutturale del Mezzogiorno, infatti, è inferiore per qualità e per quantità – sul settore trasporti ad esempio si sconta un ritardo quantitativo in rapporto alla popolazione e qualitativo in rapporto alle velocità di spostamento – e il suo potenziamento è di fondamentale importanza per attrarre capitali privati, facilitare l’attività delle imprese, sviluppare flussi turistici. 

La centralità in termini geografici del Mezzogiorno, infatti, rende coincidente la “questione meridionale” con l’apertura delle frontiere mediterranee. Il destino di questa area del Paese, quindi, è fortemente legato alla capacità di ri-orientare e potenziare un asse in grado di determinare opportunità uniche.

Prendiamo ad esempio il potenziale di crescita del quadrilatero Bari – Napoli – Taranto – Gioia Tauro. Quattro retro-porti di grande potenzialità con più di 12 Milioni di persone al suo interno, due aeroporti internazionali a Napoli e Bari, tre in Calabria, una fitta rete di porti e interporti, un centro smistamento merci e commerciale nel cuore della Campania tra i più rilevanti d’Europa, il primo scalo del Mediterraneo (Gioia Tauro) per infrastrutture, posizionamento strategico e traffico.

Attrezzare questi quattro poli, potenziando contemporaneamente le infrastrutture lungo la dorsale adriatica, significherebbe attrarre una grande porzione di traffico, unire per la prima volta Adriatico e Tirreno e restituire all’Italia la sua leadership nel Mediterraneo.

L’alta velocità ferroviaria Napoli/Bari e Napoli/Reggio-Calabria/Palermo rappresentano una sfida da abbracciare con coraggio. Il corridoio Berlino – Palermo è il modo per riagganciare il Sud all’Europa. 

Napoli e Bari sono due aree metropolitane perfettamente attrezzate che se riconfigurate per essere l’una d’appoggio all’altra possono regalare all’Italia l’opportunità commerciale di entrare a tutti i titoli nel corridoio occidentale che da Barcellona arriva ad unirsi a Civitavecchia. Così come collegare le due sponde dell’Italia da Ovest a Est consentirebbe di costruire un corridoio turistico che da Roma attraverserebbe Napoli, Pompei, la Costiera Amalfitana, passerebbe per Matera e terminerebbe in Puglia.

Le ricadute economiche ed occupazionali che un raccordo tra realtà territoriali, specificità produttive e corridoi economici e turistici sarebbero enormi. Si rafforzerebbe il ruolo italiano di Paese trasformatore, esportatore, manifatturiero e agro-industriale di qualità.

Risulta evidente come queste non siano esigenze del Mezzogiorno, e nemmeno esigenze esclusivamente italiane. Sono esigenze strategiche di carattere europeo. 
E’ su progetti ambiziosi di ammodernamento strutturale del nostro Paese che va condotta la battaglia in Europa. Unione che di certo sarà più propensa ad investire risorse su sfide di questa caratura che sulla ripartizione di dividendi elettorali, come spesso è accaduto negli ultimi vent’anni.

Ammodernare il Mezzogiorno sul piano delle reti tecnologiche ed infrastrutturali ha come obiettivo primario quello di costruire un contesto accogliente per il lavoro e, quindi, garantire il diritto più importante per i giovani della nostra generazione: quello a poter vedere realizzate le proprie ambizioni, lavorative e personali li dove si nasce. Non essere costretti a dover scegliere se abbandonare affetti e famiglie per rincorrere un lavoro all’altezza della propria formazione e delle proprie aspettative.

Rispetto al fenomeno dell’immigrazione, infatti, il Sud è segnato da un considerevole flusso verso il Centro-Nord e verso l’estero, con una perdita di capitale umano e sociale senza precedenti. Il che, tradotto, significa perdita di competenze, saperi e know how invece strettamente necessari per costruire il futuro. 

Le persone che sono emigrate dal Mezzogiorno sono state oltre 2 milioni nel periodo compreso tra il 2002 e il 2017, di cui 132.187 nel solo 2017. Di queste ultime 66.557 sono giovani (50,4%, di cui il 33,0% laureati, pari a 21.970). Il saldo migratorio interno, al netto dei rientri, è negativo per 852 mila unità. Nel solo 2017 sono andati via 132mila meridionali, con un saldo negativo di circa 70mila unità.

La fotografia di un paese che viaggia a velocità diverse, il che determina una prospettiva demografica di spopolamento e desertificazione assai preoccupante soprattutto per piccoli centri sotto i 5 mila abitanti. Una tendenza da invertire rapidamente che rappresenta la vera urgenza di un progetto di rilancio.

La terza rete, quindi – oltre a quella infrastrutturale e tecnologica – sulla quale poggia lo sviluppo del Mezzogiorno, è quella delle competenze. 
Su questo terreno risulta fondamentale il ruolo degli atenei del Mezzogiorno e, da una parte l’investimento che lo Stato sarà in grado di fare sulle tante realtà locali e, dall’altra la loro capacità di interagire tra di loro e con il contesto produttivo locale.

 
Favorire l’interazione tra grandi e piccole università del Sud, infatti, significa valorizzare al meglio il capitale umano e accrescere la capacità attrattiva del territorio, svolgendo il ruolo di anello di congiunzione tra conoscenze, competenze e imprese, in particolare con quelle realtà aziendali in grado di guidare filiere produttive complesse e capaci di non subire, ma di determinare scenari economici. 

Il ruolo dello Stato risulta, infine, essenziale anche come argine all’illegalità.

 
Il mezzogiorno sconta una presenza pervasiva nel tessuto economico e sociale della criminalità organizzata, che si concretizza in pressioni economiche e sociali che alterano le condizioni di investimento delle imprese, condizionano le forme e i modi di organizzazione della politica, aumentano il tasso di corruzione e, soprattutto, demoralizzano la società civile, cui forniscono beni e servizi di assistenza e protezione che lo Stato fatica ad erogare. 

La criminalità tende infatti a proliferare e, soprattutto, a rafforzarsi lì dove il contesto territoriale vive inefficienze come la difficoltà di accesso ad ampi mercati, le reti di comunicazione poco moderne, la scarsità di offerta di servizi avanzati per l’attivazione di nuove strategie di sviluppo delle singole aziende, la capacità di accesso al credito.

La soluzione può essere solo la partecipazione più attiva e pregnante dello Stato e delle Istituzioni locali a processi di ampio respiro, che non siano solo finalizzati alla realizzazione di investimenti materiali, ma alla creazione di un contesto sociale ed economico più efficiente ed anche più sicuro.

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