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Lavoro e Welfare

“Il lavoro non è un dono gentilmente concesso a pochi raccomandati: è un diritto per tutti.” Sono le parole di Papa Francesco pronunciate in occasione dello scorso primo Maggio. 

Il lavoro è però il diritto che – più di altri – la nostra generazione troppo spesso si vede negato. Viviamo la contraddizione di essere la generazione più formata della storia, quella con più strumenti, con più opportunità, tranne quella di immaginare e programmare un futuro all’altezza dei nostri studi. Lauree, master, corsi di formazioni ci consegnano aspettative più che giustificate che troppo spesso rimangono disattese.

I giovani che vivono in famiglia nel nostro Paese sono i due terzi del totale delle persone nella fascia tra i 18 e i 34 anni a fronte del 34,2% dei francesi, del 42,3% dei tedeschi e del 34,2% degli inglesi. Si tratta, se si va a fare il confronto con i dati sulla popolazione dell’Istat, di quasi 7 milioni e mezzo di persone. 
È il segno di come l’età in cui ci si riconosce come “giovane”, in Italia, si stia progressivamente dilatando. 

Il passaggio dalla condizione di figlio a quella di adulto avviene attraverso il superamento di alcune tappe, collocate lungo gli assi della formazione e del lavoro, della famiglia e della genitorialità̀. È sempre più̀ raro che al raggiungimento di alcune di esse sia associata quella autonomia economica, e quindi, delle scelte di vita, che segna il riconoscimento sociale della condizione di adulti.

Per quanto riguarda la disoccupazione, che a dicembre 2019 era del 25,7%, ad uno stato delle cose già oggettivamente complesso il Covid ha dato un ulteriore e significativo colpo. Nei mesi di Marzo e Aprile, nonostante il blocco dei licenziamenti e il cospicuo numero di cassa integrazione, abbiamo registrato un calo di occupati di 400mila unità. Nel solo mesi di Aprile 274mila. Nemmeno durante la crisi finanziaria del 2008 si era registrato un simile crollo dei numeri dell’occupazione in un lasso di tempo così ristretto. 

Il crollo dell’occupazione ha coinvolto tutti i segmenti della popolazione ma allo stesso tempo ha colpito in modo più duro le donne e i giovani tra i 25 e i 35 anni. Questo perché i settori più colpiti ci sono alberghi, ristorazione, turismo, nei quali è presente un’alta percentuale di donne e di giovani per altro spesso irregolari o con contratti a tempo determinato. I segmenti in questo momento maggiormente esposti assieme ai lavoratori autonomi. 

Nello specifico le nuove generazioni alla vigilia del Covid dovevano ancora recuperare 8 punti percentuali rispetto ai tassi di occupazione del 2008. Allora i giovani presentavano un tasso di occupazione superiore alla fascia di età tra i 50 e 64 anni di 23,7 punti percentuali. In aprile 2020 la situazione si è ribaltata, con l’occupazione dei giovani inferiore di mezzo punto percentuale.

Una tara sociale per l’intero Paese che fatica a crescere, con un’aspettativa di vita che si alza di anno in anno, i più anziani costretti a lavorare sempre più, e la quasi totale assenza di ricambio generazionale.

 In ogni settore, in ogni categoria, i giovani sono costretti ad entrare con il contagocce, troppo spesso con ruoli e mansioni svilenti rispetto al proprio percorso di studi. Per di più, l’Italia è uno dei Paesi Ue in cui le dinamiche retributive premiano l’anzianità con una linea sempre ascendente, sfavorendo così la successione. Tutto questo sullo sfondo della rivoluzione 4.0, che comporterà una sensibile riduzione dell’occupazione e un mutamento dei settori produttivi del secondario e del terziario. 

Il risultato è – da una parte – quello di tenere una generazione ai margini, in una condizione che non rappresenta sempre e solo un problema dal punto di vista economico, ma significa impossibilità di progettare la propria vita, ingabbiati nella condizione di figli, sempre dipendenti dall’aiuto della famiglia. Dall’altra quello di fermare lo slancio del Paese che rinuncia a una parte fondamentale delle competenze che forma e che dovrebbero rappresentare l’architrave su cui costruire il futuro. 

Un Paese non può pensare di innovarsi senza la competenza, la spinta, la tensione al cambiamento delle giovani generazioni. La crisi sanitaria ha dimostrato chiaramente come, sia nel privato che nel pubblico, quando ci si ritrova di fronte a processi di innovazione forzata – vedi smart-working, telemedicina, didattica a distanza, l’aumento esponenziale da parte della PA di erogare servizi in via telematica – non basta acquistare dispositivi e stendere reti. Per rispondere in modo efficace alle sfide che il progresso ci presenta servono competenze e capitale umano. Tutto ciò che la nostra generazione può offrire e a cui oggi, troppo spesso, l’Italia rinuncia. 

È tempo di invertire questa tendenza. 
Proponiamo di mettere al centro del dibattito pubblico un piano straordinario per il lavoro. Un programma di assunzioni da imperniare su massiccio turnover nella Pubblica Amministrazione – in sanità, scuola, università, in modo da accumulare le competenze di cui la Pubblica amministrazione oggi è più carente – da coniugare con un grande piano di investimenti pubblici – con al centro la riconversione ecologica dell’economia – per rimettere in piedi il Paese e generare crescita economica e quindi occupazione. 

Crediamo che, in quest’ottica, le risorse del Recovery Found siano un’occasione che raramente si presenterà di nuovo e che potrebbe consentirci di rovesciare la crisi provocata dalla pandemia in una opportunità.

Abbiamo la possibilità di intervenire sulla messa in sicurezza del territorio, delle scuole, degli ospedali, degli edifici pubblici e delle abitazioni; investire in energie alternative, risorse idriche, istruzione, sanità, trasporto pubblico, saperi. Sono tutti investimenti ad alto moltiplicatore, cioè in grado di produrre una ricaduta economica molto più elevata rispetto agli sgravi fiscali o ai trasferimenti monetari.

L’occupazione, di per sé, non rappresenta, però, una soluzione. Per raggiungere l’obiettivo di una società giusta questa deve necessariamente coniugarsi con la tutela della dignità e i diritti di chi lavora.

L’ultimo decennio ha segnato il punto più basso per la qualità della vita dei lavoratori, sempre più sottoposti al ricatto della precarietà e ad una costante e progressiva riduzione dei salari. Su questo terreno è necessario intervenire con decisione, aprendo un dibattito sulla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, superando tutte le forme contrattuali che alimentano lo sfruttamento e dicendo con chiarezza che nessuna forma di prestazione – stage e tirocini in testa – può essere svolta in modo gratuito.

Pensiamo sia indispensabile superare la giungla di forme contrattuali precarie attualmente in vigore e tornare a considerare il tempo indeterminato a piene tutele come la forma prevalente di assunzione. 

E’ indispensabile disciplinare le nuove forme di lavoro, come quelle con le piattaforme tecnologiche, per le quali manca un inquadramento giuridico certo, che si trovano a cavallo fra il lavoro subordinato e quello autonomo; normare – nell’ottica di tutela del lavoratore – lo smart-working sia nel settore privato che in quello della P.A; rafforzare l’ispettorato del lavoro e la diffusione di finti contratti part-time per garantire sicurezza a chi lavora e contrastare i modo deciso le innumerevoli forme di caporalato che inquinano larghe fette del nostro Paese.

Puntiamo ad annullare il divario salariale tra uomini e donne, ad introdurre misure strutturali di sostegno alla genitorialità.

Un massiccio investimento sul lavoro, non può e non deve essere alternativo ad un rafforzamento delle misure di welfare e delle politiche sociali per la famiglia, per la casa, per pensioni e ammortizzatori sociali. Questo a maggior ragione dopo che la crisi ha lasciato e rischia di lasciare interi segmenti di popolazione in condizione di povertà.

Da questo punto di vista pensiamo sia necessario estendere il Rem, (reddito di emergenza) allargandone la platea dei beneficiari in modo da renderlo realmente uno strumento di contrasto alla povertà assoluta, rivedere il RdC (reddito di cittadinanza), in particolar modo nella parte relativa alle politiche attive per l’inserimento lavorativo, adottare un piano sociosanitario nazionale per la non autosufficienza incentrato sulla domiciliarità e articolato in funzione del grado di bisogno, definire un piano integrato di interventi a favore delle persone con disabilità, che ne favorisca la vita indipendente e che interessi non solo l’inserimento lavorativo ma anche, ad esempio, l’accessibilità delle case e dei luoghi pubblici nonché la mobilità territoriale.

Riteniamo essenziale un piano nazionale sulla residenzialità, che torni a mettere al centro il diritto alla casa.

La pensione, infine, è uno degli argomenti più delicati. Da essa dipende sia la serenità dei più adulti, che la possibilità – come già detto – di inserimento lavorativo dei più giovani. Riteniamo occorra superare l’impianto di “Quota100” non solo non rinnovandola, ma riarticolando complessivamente il sistema delle uscite anticipate o ritardate per tipologie di attività, in base sia al carico di gravosità del lavoro svolto, che alle condizioni di salute e per maternità.

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