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Diritti

Nella sfera dei diritti intendiamo trattare diverse sfaccettature di quelle che sono le garanzie minime di ogni cittadino ed individuo. Crediamo sia giusto guardare a tale tema almeno secondo le direttrici essenziali della tematica di genere, dei diritti civili, dei diritti di cittadinanza, dei diritti partecipativi.

Stando ai dati riportati nello studio annuale del Global Gender Gap Report 2020, il Gender Gap Index, che misura le differenze di genere in campo sanitario e della salute, della partecipazione e opportunità economiche, dell’istruzione e della partecipazione politica, è nel nostro paese pari a 70,7% (dove 100% indica la parità raggiunta). 

Su 153 paesi siamo settantaseiesimi, ma prendendo a riferimento solo l’area relativa all’Europa Occidentale (quella mediamente più virtuosa), siamo al 17° posto su 20 paesi, davanti solamente a Grecia, Malta e Cipro.

In Italia, secondo l’ultimo rapporto Istat, il tasso di occupazione delle donne si attesta attorno al 50% e il gap con quello maschile raggiunge i 18 punti. Il 27% lascia il lavoro dopo il primo figlio per dedicare alla casa e ai figli più del doppio del tempo del partner. Siamo fanalino di coda in Europa, che ha una media di occupazione femminile del 67,3% con punte che arrivano all’80%, come nel caso della Svezia. Uno stato delle cose notevolmente aggravato dagli effetti dalla crisi sanitaria. 

L’Italia ha urgente bisogno di un piano straordinario per l’occupazione femminile che preveda misure vincolanti per la trasparenza salariale finalizzate ad arginare il “Gender Pay Gap” e un doppio investimento, sul riconoscimento economico del lavoro di cura da una parte, e in infrastrutture sociali dall’altra.

Secondo l’Istat, in Italia 6 milioni e 788mila donne hanno subito qualche forma di violenza nella loro vita. Una scandalosa enormità. Nel 2019 si sono verificati circa 100 casi di femminicidio, nel 2018 142, dei quali 119 consumati in contesti familiari. A questi preoccupanti numeri vanno aggiunti tutti quegli atti di violenza sommersi che non portano ad un esito tragico e per i quali non c’è visibilità o non viene sporta denuncia, consumandosi così interamente nel silenzio.

Le leggi sul femminicidio e sullo stalking hanno rappresentato un importante conquista, ma evidentemente non sufficiente. È essenziale un approccio diverso al fenomeno. Dobbiamo puntare su percorsi di educazione alla parità di genere per le scuole, sul potenziamento dei servizi di assistenza e sostegno per le vittime, sulla formazione per il personale dedicato, sul un monitoraggio continuo dei dati sulla violenza. Dobbiamo agire sempre più sulla prevenzione prima che sulla repressione.

In tema di diritti civili se pure ha segnato un deciso passo in avanti rispetto al passato, è chiaro che la normativa del 2016 risulta del tutto insufficiente e oggi inattuale. La legge Cirinnà è stata un compromesso al ribasso che ha lasciato irrisolte ambiguità e disparità di trattamento tra i diritti riconosciuti alle coppie sposate e a quelli delle coppie in unione civile. I tempi ormai sono pienamente maturi per arrivare finalmente alla totale equiparazione tramite l’istituzione del matrimonio egualitario.

Già dal punto di vista formale il mancato riferimento all’obbligo di fedeltà previsto per il matrimonio anche per le unioni civili – quasi a voler ideologicamente intendere che le seconde giustifichino per propria natura la promiscuità – è una differenza che resta ancora oggi incomprensibile. 

Tralasciando però l’aspetto prettamente formale e volendosi concentrare su quello sostanziale è sul piano della filiazione che emergono le lacune più gravi. Come è noto, per un’unione civile non è possibile adottare un figlio o ricorrere alla procreazione assistita il cui accesso subisce anche per le coppie eterosessuali forti limiti normativi che devono essere superati, e il figlio nato nell’unione non è considerato dalla legge come figlio di entrambi i genitori ma del solo genitore biologico. 

Paradossalmente sono, invece, possibili per una coppia convivente sia la stepchild adoption (l’adozione del figlio del partner da parte del genitore non biologico) sia l’adozione, purché la convivenza duri da almeno tre anni e la coppia si impegni al matrimonio, impegno impossibile per una coppia omosessuale

Crediamo sia necessario provvedere a colmare le lacune della legge Cirinnà, da un lato introducendo legislativamente la stepchild adoption e dall’altro estendendo l’istituto dell’adozione anche alle coppie dell’unione civile e della convivenza, non rispondendo più ad attualità né a nessun criterio logicamente giustificabile che l’adozione debba essere relegato al solo matrimonio. È l’unica strada che consente di “svecchiare” l’istituto dell’adozione ed estendere il diritto di famiglia e allo stesso tempo dare piena dignità alle numerose famiglie arcobaleno diffuse sull’intero territorio e che da anni vivono nell’incertezza giuridica dei propri rapporti.

Il BLM ha riaperto a livello globale la discussione sulla lotta alle discriminazioni razziali evidenziando i gravi ritardi italiani sul tema. Un Paese ancora incapace di affrontare il tema del riconoscimento dei diritti dei migranti o dei cittadini di seconda generazione.

Gli attuali strumenti legislativi in materia di discriminazione sono inattuali e incompleti, non tutelano adeguatamente gli individui, lasciano o ampie lacune in tema di omofobia e transfobia e non prevedono dei veri presìdi culturali con percorsi educativi alle diversità, di genere, razza, religione, orientamento sessuale.

Dobbiamo farci carico dell’introduzione del sistema di riconoscimento della cittadinanza basato sullo ius soli e rivedere la normativa sulle discriminazioni, sicuri che debbano rientrare entrambi in una visione unitaria di strumenti volti alla tutela della dignità umana.

L’evolversi dei modelli di comunicazione, di relazione tra gli individui e, di conseguenza, degli stessi meccanismi di funzionamento della nostra società, rende sempre più necessario affrontare il tema dei diritti partecipativi e delle forme per garantirli. 

Sempre più i cittadini si sentono distanti dalla gestione amministrativa, nonostante l’introduzione del principio di sussidiarietà orizzontale sono ancora rari gli esempi di una reale messa in funzione di strumenti di partecipazione attiva della cittadinanza. 

È importante che strumenti come il bilancio partecipativo siano incentivati, come garanzia non solo della partecipazione dei cittadini alla gestione della propria comunità, ma anche del controllo sociale dell’utilizzo delle risorse pubbliche. 

Siamo convinti che l’accesso alla rete debba essere un diritto. Crediamo che lo Stato abbia il dovere di garantirlo assumendo l’obiettivo di ridurre il divario fra chi è in grado di fruire un accesso adeguato ad internet e chi non lo ha. 

L’effetto più marcato di questo divario è l’esclusione da vantaggi ed opportunità offerte dalla moderna società digitale. È da sempre una disuguaglianza, che ha assunto via via un peso sempre maggiore in sincrono con la penetrazione della tecnologia nella società civile, ma che ha manifestata la sua importanza proprio con la crisi innescata dalla pandemia. 

In alcune aree geografiche ed in alcuni segmenti della popolazione l’ICT ha, infatti, contribuito a mitigare gli effetti della quarantena mettendo a disposizione sistemi come telelavoro, videoconferenze e formazione a distanza. Ma nello stesso tempo hanno creato un ‘gap’ aggiuntivo negli strati della società che soffrono di digital divide – per mancanza di adeguata connettività, di dispositivi di accesso o di cultura digitale – che in genere coincidono con quelli che soffrono già di altri tipi di disuguaglianza.

Dobbiamo emendare il codice delle comunicazioni elettroniche inserendo il diritto per i cittadini italiani ad un accesso internet con modalità banda ultra larga. Introdurre facilitazioni alla connessione fissa per le classi meno abbienti. Garantire la fornitura di dispositivi didattici in comodato d’uso per gli alunni delle scuole dell’obbligo di famiglie che non dispongano di PC o tablet e definire piani di incentivazione per lo sviluppo delle competenze informatiche che preveda il cofinanziamento di corsi di formazione specifici per segmenti svantaggiati della società.

Restare indietro su ognuno di questi temi, oggi, è un ritardo che non possiamo più permetterci.

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