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Se Zingaretti si vergogna del Pd

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La notizia delle dimissioni di Nicola Zingaretti da segretario del PD non è arrivata come un fulmine in una giornata di sole splendente. Le giornate prima e dopo l’ultima direzione nazionale sono state ricche di colpi bassi e polemiche precise contro il segretario da parte di non pochi esponenti di quel partito. 

Da un lato c’è chi è generoso con il proprio segretario e lo affianca con una cultura politica e intellettuale che non riesce ad affermarsi. 

Dall’altro c’è chi è renziano pentito ma non fino in fondo e chi tenta di prepararsi la via per una sua ascesa personale o per interessi ritrovati grazie anche all’aiuto di un ruolo avuto durante l’emergenza Covid. Stiamo vedendo chi ammette che il leader fiorentino per il paese ha fatto cose buone e oggi non merita di essere criminalizzato per l’epilogo del governo giallorosso. Stiamo vedendo chi rischia di confondere il governo Draghi come un’occasione politica, in cui ci si può comportare grossomodo come prima, magari rincarando la dose contro quella fetta conservata dall’esperienza di Conte.

Quando il segretario di un partito con un po’ di imbarazzo afferma di provare vergogna verso il partito di cui dovrebbe avere l’onore di essere iscritto e di lavorare instancabilmente, ci si dovrebbe quantomeno incominciare a porre alcune domande, se non si vogliono già dare delle risposte. L’intervento di Zingaretti su Facebook che annunciava le dimissioni è portatore di due importanti significati: il primo è il disagio non solo personale, ma pure di un’area intellettuale e sociale che rischia, se non riesce a smarcarsi, di fallire sotto la cenere; il secondo è l’ammissione agli occhi della scena politica di guidare un partito che non lo accetta, nel quale è quasi costretto ad essere segretario effettivo della parte più piccola.

Questi aspetti fanno stupire soprattutto quando si vive il centenario del PCI, di cui il PD risulta ancora essere il partito erede. In quel partito mai i dirigenti avrebbero esternato una guerra così letale contro il proprio segretario. In quel partito mai i dirigenti avrebbero mosso un’azione di questo tipo per interessi personali o per questioni di potere. Fanno clamore soprattutto se, dai minuti successivi alle anse che hanno battuto la notizia, l’unanimità delle dichiarazioni uscite da molti dirigenti del partito e amministratori locali consiste in una richiesta di ripensamento, di non dimettersi effettivamente.

Fanno scalpore molti sensi di colpa soprattutto se si considera che nel PD la polemica contro Zingaretti ha radici lontane, quasi poco dopo la sua elezione. Veniva additato di non avere il carisma che serviva. Veniva additato di essere colui che avrebbe fatto rientrare nel partito i “rossi”, gli “estremisti” o comunque quelli di LeU. Veniva additato di non essere abbastanza incisivo con le riforme che servivano. A queste tre provocazioni si possono dare delle risposte in relazione anche alla situazione di governo nazionale. C’era un obiettivo: togliere i miliardi dalle mani dei giallorossi, rimuovere l’idea di un centro radicale alleato di una sinistra riformista e progressista e seminare una nuova stagione di inimicizia tra il centro sinistra e il Movimento 5 Stelle. Se si presta attenzione agli anni di Renzi segretario, la sua appartenenza al PD si è orientata al minare la sensibilità grillina ponendola come nemica del riformismo radicale. Il motore che burattina dirigenti nazionali e locali del partito e vuole realizzare il progetto apparentemente riuscito a livello governativo è ancora il renzismo. Forse i cugini d’oltralpe lo ispirano. Soprattutto quelli macroniani,tra i maggiori protagonisti del terribile tracollo del Partito Socialista francese.

Queste ore sicuramente vanno prese con più meditazione e meno istinto, però il gettare la spugna del segretario del PD è l’atto che apre gli occhi soprattutto a quella fascia di popolazione che non l’ha ancora capito probabilmente o che forse non vuole vedere il declino dell’area riformista e progressista italiana.

Detto questo, è particolarmente simbolico che questo passo indietro sia arrivato nel giorno del terzo anniversario dalla più grossa sconfitta della sinistra riformista e progressista in tutte le sue forme. Come è decisamente imbarazzante per un gruppo dirigente che il passo indietro del segretario arrivi nel giorno del secondo anniversario dalla affermazione di quest’ultimo alle primarie.

In circa 14 anni di storia il Partito Democratico ha vissuto tempi ignobili inaspettati: uno fu in quelle giornate di aprile del 2013, quando, durante le votazioni per il Capo dello Stato, Bersani fu maltrattato beceramente e non solo dai 101 franchi tiratori che bruciarono Prodi e da quelli che abbatterono Marini il giorno prima.

Lì la sinistra, rappresentata dal suo segretario, volle conservare la faccia nobile di salvare il partito. Oggi probabilmente questo volto deve ridimensionarsi all’azzardismo con cui sta giocando Renzi e con cui manovra ancora una parte dei gruppi parlamentari e dei gruppi dirigenti di un partito di cui neanche più fa parte. 

Io non sono un iscritto di quel partito, ma è evidente che nel progetto di ricostruzione di un campo largo e della forza della sinistra plurale, progressista ed ecosocialista serve che il principale partito del centro-sinistra non faccia passa indietro sulla linea zingarettiana. È fondamentale comprendere che la resa dei conti non è più facilmente rinviabile. O ci si sforza nella direzione dell’alleanza per lo sviluppo sostenibile o si lasciano arginare altrove i cospiratori di un macronismo in salsa italiana.

Io non lo so come andrà a finire l’assemblea di sabato e domenica e non voglio prevedere nulla. Non so se l’assemblea deciderà di fare quadrato attorno al segretario dimissionario. Non so come saranno accolte le provocazioni di queste ultime ore di Beppe Grillo. Non so nemmeno chi potrà e vorrà raccogliere l’eredità di Zingaretti e portare avanti l’operazione che speriamo di mandare in porto.

E in tutto questo le tornate amministrative sono solo rimandate all’autunno, non annullate.


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