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Oggi, cento anni del P.C.I

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“Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio dell’uomo, del suo benessere, della sua felicità. La lotta per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita”.

Ogni qual volta che leggo questa frase di Enrico Berlinguer ho i brividi. Io che non c’ero e provengo da una famiglia meridionale di artigiani ed impiegati statali vicini al sindacato cattolico, nato né proletariato né bracciante, io che in questa storia sono quasi estraneo e mi commuovo lo stesso, posso solo provare a immaginare cosa fu questo sogno per coloro che vi furono immersi e l’hanno vissuto.

Oggi, il P.C.I. compie 100 anni.

Cosa abbia significato per tutta una serie di persone, di generazioni, un tempo espulse dalla vita sociale, economica e politica del nostro Paese, quella riunione al Teatro San Marco, svolta sotto gli ombrelli, in un locale fatiscente, è qualcosa che assume quasi una dimensione mitica ed è davvero difficile da immaginare.

Eppure, il P.C.I. attraversa come un fiumecarsico tutto il nostro Novecento: le riunioni clandestine, la resistenza al fascismo, la svolta di Salerno, l’istituzione della Repubblica, la Costituzione socialdemocratica, la via italiana al socialismo, la difesa dei braccianti, le marce con gli operai, la lotta alla mafia, al terrorismo ed alle arroganze sociali, il coinvolgimento di lavoratori, donne ed emarginati all’interno delle strutture della nostra società, l’austerità, l’eurocomunismo e la diversità morale sono tutti momenti che sono scolpiti con forza nel marmo della Storia di questo Paese.

Non solo questo, però. Molto spesso si tende anche a sottovalutare cosa abbiano significato i grandi leader del P.C.I. per la democrazia italiana, come Togliatti e Berlinguer, e cosa abbia rappresentato per la cultura politica di questo Paese l’apporto di quella che fu definita l’aristocrazia del più grande partito comunista d’Occidente – a partire dal precursore Gramsci, passando per Ingrao, Cossutta, Macaluso e Reichlin a finire agli ultimi superstiti, ancora in vita o addirittura in campo. Eppure, si deve al loro contributo, oltre che al loro coraggio, il superamento dell’Italia d’epoca giolittiana e monarchica. Il loro pensiero e le loro azioni, nel complesso, credo abbiano trasformato la nostra società e il nostro presente come pochi altri movimenti politici sono riusciti a fare.

Cento anni sono davvero tanti. E garantirebbero l’oblia di qualsiasi storia. Eppure, il racconto di quell’epoca è ancora vivido nella coscienza collettiva, e talvolta si riaccende tra le note stonate del nostro tempo. Come avviene quando qualcuno dei protagonisti di allora viene meno: omaggiati come eroi di una storia mitica, figure romanticamente titaniche di un mondo vecchio che stenta ancora ad andare via, ma che conserva intatta la sua potenza immaginifica, puntualmente riemerge quella comunità che, se non più politica, permane come connessione sentimentale ed ideologica. E colpisce, perché non può non colpire, la stessa forza impetuosa che tutt’ora la memoria del P.C.I. sprigiona in questi casi, anche tra coloro che non c’erano.

Un grande fiume emotivo dove si mescola la dimensione eroica dei singoli a quella comunitarista delle sezioni, la natura aristocratica dei dirigenti e quella popolare del grande movimento di massa, le radici profonde nella società italiana e la diaspora senza pace del fu movimento comunista. Che dire, allora, del P.C.I.È una storia che, tutt’ora, esalta ed atterrisce, affanna e consola. Una storia che talvolta riemerge in quel “eccoci” di berlingueriana memoria, rimanendo però alla fine ancòrata alla dimensione sacrale dei ricordi. La domanda, dunque, è spontanea: allora la passione è finita? La risposta è, come sempre, in chiaroscuro, ambivalente, composita.

E personalmente, non so dare una risposta, un giudizio finale ed equilibrato sul Partito Comunista Italiano e sulla storia della sinistra comunista. Restano soltanto lo stupore, l’ammirazione, il mistero che tutt’ora sprigiona. E restano, eterne, le parole recenti di Macaluso: “Essere di sinistra ha avuto un senso perché ha migliorato la vita a milioni e milioni di persone. Ne è valsa la pena”.


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