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Riders, non è più tempo di scherzare

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Viviamo gli anni 20 del 2000. Siamo completamente inzuppati all’interno della modernità, all’interno di un mondo molto diverso e forse molto più interattivo di come lo avremmo pensato fino a solo qualche anno fa. Per tanto tempo si è stati trascinati in un progresso così grande da avere fatto crescere lavori nuovi al punto da limitare se non addirittura cancellare i “lavori vecchi”.


Torino ha vissuto venerdì 31 luglio e sabato 1 agosto una nuova protesta di una categoria considerata come nuova, ma che si deve presentare come una sfida e un momento importante. I riders sono scesi nuovamente in piazza. Ancora una volta, anche se non ci sono state ribellioni enormi, questi lavoratori alzano la voce per chiedere il rispetto di diritti anzitutto umani prim’ancora che elementari per lo svolgimento del proprio lavoro.

Oggi di fronte a questa categoria, come a tutte quelle che in questo ultimo lasso di tempo si sono affermate, non si può più voltare la faccia. Bisogna ascoltarli e provare a coniugare i diritti sociali, di cui oggi ricordiamo con orgoglio le conquiste, con il nuovo mondo delle professioni. Si deve sinceramente dire che non è possibile che la maggior parte dei lavoratori atipici o di quelli occasionali o dei fattorini o di altre categorie come queste, quando si trovano a parlare di che cosa si occupano della loro vita, dicano nella migliore delle ipotesi “è un qualcosa che faccio per arrotondare”, “è un qualcosa che può servirmi come bagaglio formativo”.

Escluderei quanto ho sentito dire nella peggiore delle ipotesi, però il principio primo da cui si dovrebbe partire per un ragionamento complessivo è ridurre al minimo che qualcosa del genere si possa pensare e riportare il lavoro sia come questione formativa che come la massima espressione di dimostrazione delle capacità umane con la quale si può dar vita alla realizzazione dei propri progetti.


Premesso questo, credo che si debba sia dal punto di vista politico sia da quello sindacale sia da quello socio economico guardare a un dato oggettivo, che arriva dai mesi della quarantena, in cui la maggior parte delle attività erano chiuse e molte di queste (se non tutte) hanno potenziato le consegne a domicilio e dunque si sono servite dei riders delle varie aziende di fattorini.


Spesso ci si è trovati di fronte a discussioni sul lavoro al giorno d’oggi ma, proprio alla luce del dato riportato sopra, si deve essere d’accordo che ancora nel 2020 non è comprensibile che vi siano lavori non coperti dalle tutele INAIL oppure che nel contratto – laddove esiste – non prevedono assicurazioni da infortuni e incidenti. Si può essere sicuramente tutti d’accordo che è inumano, oltre a non avere le tutele, non avere delle indennità, come non avere garanzia di un salario minimo garantito soprattutto per chi vive interamente di questo lavoro e non ha altre forme di reddito.

É chiaro che mi riferisco in termini generali perché non conosco la situazione di ogni singola multinazionale che si serve dei fattorini, ma ci devono essere alcuni fattori comuni e una base sociale per consentire anche a questa categoria lavorativa un’identità ed una dignità.
Accanto a una riforma complessiva e strutturale del lavoro, che preveda un attacco alla continua frantumazione e stabilisca un contratto nazionale, una rappresentanza riconosciuta e le tutele fondamentali quali salute, sicurezza, antinfortuni, serve una giurisdizione specifica che soddisfi alcune esigenze. Alcune di queste sono imprescindibili e riguardano una questione molto attuale come i dispositivi di sicurezza e le assicurazioni oppure i bonus sia nei momenti di allerta meteo sia nelle tratte lunghe e complicate oppure ancora un riordino nelle situazioni di lavoro; si devono identificare come situazioni coloro che hanno una partita Iva e coloro che utilizzano questa come unica fonte di reddito. Un altro tema che si tocca con mano risiede nel senso della mobilità e degli strumenti di lavoro in mano a questi lavoratori. Ci deve essere la possibilità di avere gli adeguati mezzi di trasporto con le corrette modalità funzionali.


Non credo che questa sia una sfida difficile ma penso che sia una base di diritto. È una lotta dei proletari del XXI secolo, di quelli che riversano nelle condizioni più umili e hanno bisogno di essere ascoltati perché si possa completare una proposta politica nel nuovo mondo del lavoro.


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