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Dobbiamo combattere le diseguaglianze digitali

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Con il termine digital divide viene identificato il divario fra chi è in grado di fruire un accesso adeguato ad internet, e chi (per mancanza di opportunità o per libera scelta) non lo ha. L’effetto più marcato di questo divario è l’esclusione da vantaggi ed opportunità offerte dalla moderna società digitale.

E’ da sempre una disuguaglianza, che ha assunto via via un peso sempre maggiore in sincrono con la penetrazione della tecnologia nella società civile, ma che ha manifestata la sua importanza proprio con la crisi innescata dalla pandemia Covid-19. In alcune aree geografiche ed in alcuni segmenti della popolazione le ICT hanno infatti contribuito a mitigare gli effetti della quarantena mettendo a disposizione sistemi come telelavoro, videoconferenze e formazione a distanza.  Ma nello stesso tempo hanno creato un ‘gap’ aggiuntivo negli strati della società che soffrono di digital divide – per mancanza di adeguata connettività, di dispositivi di accesso o di cultura digitale – che in genere coincidono con quelli che soffrono già di altri tipi di disuguaglianza.

In genere si tende a valutare il digital divide solo in relazione alla velocità di accesso alle rete. E’ quello derivante da carenze di ordine infrastrutturale. Secondo gli ultimi dati, nelle aree prive di copertura dati ad almeno 2Mbps (erogata su rame o wireless punto-punto) vive fra  il 3 ed il 6% della popolazione italiana.  Ben più ampio è il dato riguardante le aree non coperte dalla banda ultra-larga (almeno 20Mbps), stimato fra il 20 ed il 40% della popolazione. Veramente minima è la porzione di paese coperta dalla fibra ottica (FTTH), che al  momento è limitata ad porzioni di aree urbane delle principali città italiane, e che si stima  arriverà coprire il 50% della popolazione non prima del 2025.

Da tenere presente che al momento non esiste nel nostro paese una normativa in merito al diritto di accesso alla banda larga, ma solo alla connessione base (0,056Mbps dialup via modem) che è poi un sottoprodotto della linea telefonica tradizione – il cui diritto è invece sancito dal Codice delle Comunicazioni del 2003. Al di là della velocità, del tutto inadeguata al giorno d’oggi, è una ipotesi puramente teorica visto che nel frattempo gli operatori telefonici hanno smantellato i sistemi di accesso dialup, sostanzialmente inutilizzati dall’avvento della connessione DSL.

Per alcune tipologie di uso, una alternativa praticabile alle tecnologie ‘fisse’ è l’uso di quelle mobili (3/4/5G), che però presentano limiti nel modello di erogazione del servizio, basato su tariffazioni a volume di traffico. E’ una metodologia che però mal si concilia con determinate tipologie di uso (come le video lezioni online) che generano quantità significative  di traffico dati.

Al digital divide infrastrutturale si somma quello derivante da ragioni culturali. Ci sono fette della popolazione che sono in condizioni di potere accedere alla rete in maniera adeguata, ma che non lo fanno. Oppure quelli che accedono alla rete solo per pochi servizi, e non la sfruttano in modo adeguato. La situazione italiana è stata fotografata alla fine dello scorso anno dall’ISTAT nel rapporto “Cittadini e Ict”, e riporta dati preoccupanti.

Stando ai dati ufficiali, infatti, internet è utilizzato da poco meno del 68% degli italiani, solo la metà su base quotidiana. Come scarse sono le competenze digitali: se un terzo ha competenze elevate, quasi la metà le ha invece scarse. Viene evidenziata una disparità generazionale: nelle famiglie con almeno un minore la banda larga è presente nel 95% dei casi, che scendono al 34 nei nuclei composti da persone almeno 65enni.

Così come è presente una differenza legata al genere – accedono ad internet il 72% degli uomini contro il 64% delle donne – che è proporzionale all’età e tende ad azzerarsi nei giovani. Così come è presente anche un divario legato al percorso di studi. A fronte dell’83% di internauti che hanno conseguito un diploma di scuola superiore, si contrappone un modesto 52% di chi è in possesso della sola licenza media.
L’influenza dell’occupazione è invece modesta.

C’è poi un terzo tipo di digital divide, sempre evidenziato dal report istat, che è quello legato alla tipologia di applicazioni mediate dalla rete internet. La quasi totalità degli intervistati fa uso di servizi del mondo della comunicazione e social media, in cui le competenze digitali incidono meno. Servizi più evoluti, e che quindi  richiedono competenze digitali più avanzate, come l’e-commerce e l’e-banking, hanno livelli significativamente più bassi (47% e 46%). Modesta la percentuale di persone che usa internet per accedere ai servizi delle pubbliche amministrazioni, che non arriva al 30%.

A queste problematiche, relative al lato ‘utenti’, si sommano quelle derivanti da una diffusa impreparazione al passaggio al digitale anche dell’offerta dei servizi. Nella nostra società il termine ‘digitalizzazione’ è stato spesso uno slogan sbandierato, ma raramente ha dato vita ad una progettualità a medio (o lungo) termine. Sovente ci si è fossilizzati nell’idea sbagliata che si estrinsecasse nel destinare fondi all’acquisto di tecnologia, senza rendersi conto che invece alla base richiede una profonda revisione dei processi operativi (leggi, burocrazia) per poterla implementare.

Sono contraddizioni esplose con la crisi Covid-19, che ha da un giorno all’altro stravolto lo status-quo, proiettando nel ‘digitale’ realtà che erano assolutamente impreparate a farlo. Un esempio per tutti è costituito dal mondo della scuola, che – a dispetto del fatto che è uno degli ambiti in cui di digitale si discute da lustri – è sostanzialmente privo degli strumenti, tecnologici e metodologici, per affrontare adeguatamente la formazione a distanza.


Alla mancanza di piattaforme istituzionali pensate per i vari segmenti del cammino formativo si è in qualche modo messa una ‘pezza’ ricorrendo ai servizi dei big player globali. Per quando sia lontana da una soluzione ideale, sia sul piano dell’efficienza che su quello della fruibilità, ha consentito una operatività in tempi rapidi.


Su altri fronti, invece, si sta rischiando di lasciare per strada le persone più deboli, che sono poi quelle che soffrono di un digital divide più marcato: chi non ha una connessione adeguata, o un dispositivo digitale adeguato (pc o tablet) allo scopo, o manca delle competenze digitali per dare adeguato supporto agli alunni (come i bambini della scuola primaria).

Ad oggi alcune scelte politiche, e non solo nazionali, hanno favorito una stratificazione di questa situazione, come – ad esempio – il vincolo del lasciare al mercato la realizzazione delle reti (con la suddivisione in aree bianche, grigie e nere).


La crisi Covid-19 mostra i limiti di questi tipi di scelte, e rende evidente come le reti dati siano un elemento strategico per lo sviluppo ed il funzionamento di un paese. In questa ottica andrebbe rivisto il quadro normativo, considerando anche l’inserimento del diritto all’accesso ad internet in modalità banda ultralarga. Così come andrebbe considerata la possibilità di fornire accesso a costi agevolati alle fasce meno abbienti della popolazione, allo stesso modo con cui si opera per altri servizi essenziali – come l’energia elettrica.

Garantire a tutti i cittadini la possibilità di accedere alla rete a velocità adeguate (almeno 20Mbps in download) è il prerequisito di base per avviare un piano di normalizzazione del digital divide, che sia in grado di eliminare progressivamente il divario di competenza e skill dei vari segmenti della nostra popolazione. Piano che non può, ovviamente, limitarsi al solo aspetto tecnologico, ma che deve svilupparsi in ambito formativo con attività mirate ai vari segmenti della nostra società.
La sfida è quella di mettere tutti i cittadini in grado di utilizzare le ICT per accedere in maniera efficace ed autonoma ai servizi della pubblica amministrazione, a quell’ “e-government” che è una della chiavi per snellire il funzionamento della nostra macchina burocratica.

Proposte concrete:

  1. Emendare il codice delle comunicazioni elettroniche (d. lgs 1º agosto 2003, n. 259) inserendo il diritto per i cittadini italiani ad un accesso internet con modalità banda ultralarga (min 20Mbps in download)
  2. Facilitazioni alla connessione fissa per le classi meno abbienti (es: costo a carico dello stato per i redditi sotto gli 8000€/anno, iva agevolata al 4% e detraibilità dai redditi quelli della prima fascia IRPEF)
  3. Fornitura di dispositivi didattici in comodato d’uso per gli alunni delle scuole dell’obbligo di famiglie che non dispongano di PC o tablet.
  4. Definire piani di incentivazione per lo sviluppo delle competenze informatiche che preveda il cofinanziamento di corsi di formazione specifici per segmenti svantaggiati della società


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