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Il Primo Maggio al tempo del Covid

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Questo Primo Maggio sarà diverso, ma il glossario non è molto dissimile da quello degli ultimi anni.

La novità sta nel contesto. Siamo dentro al tunnel. Un tunnel che si chiama emergenza sanitaria e di cui la luce é abbastanza lontana perché l’aggettivo “sanitaria” più si va avanti più si trasforma in “economica e finanziaria”.

Purtroppo vedremo lavori che tarderanno a svegliarsi da questo drammatico incubo o che addirittura rischiano di chiudere. Da una parte alcune attività non ce la faranno facilmente perché non riusciranno a soddisfare i nuovi parametri e disposizioni – non dico scorretti dal punto di vista di prevenzione e di convivenza civile -, dall’altra c’è un tema profondo che sta già vedendo tutti noi radicalmente modificati ed é nell’impatto culturale che questo CoronaVirus ci lascia.

Ciononostante il pensiero di una forza progressista e riformista non deve rimanere indifferente al fatto che il lavoro é protagonista per lo sviluppo di una società giusta. Esso è non solo il modo migliore per restituire una prospettiva credibile per il futuro, ma la più alta forma di dignità per l’uomo in quanto espressione delle sue capacità.

A questo proposito una prima riflessione è rivolta ai lavoratori dipendenti che negli ultimi giorni sono tornati a lavoro.

Mentre il governo chiede a ragion veduta di essere prudenti e progetta una riapertura, alcune regioni e aziende spingono per riaprire o hanno già riaperto, costringendo i propri dipendenti a ritornare a lavoro in un clima di incertezza, di paura e di forte pressione psicologica.

Ancora una volta, i lavoratori sono chiamati a scegliere tra la propria salute, quella dei propri cari e di tutta la comunità e il proprio lavoro.

Su di essi sta gravando il peso della responsabilità della sopravvivenza delle aziende che rischiano di non riuscire a riaprire in caso di permanenza delle misure di lockdown.

Questa responsabilità, il pensiero che a causa di questo periodo prolungato di chiusura la propria azienda possa perdere le commissioni e non riuscire più a ripartire, non può ricadere sulle spalle dei lavoratori.

C’è bisogno di una politica economica e industriale concordata a livello europeo.

C’è bisogno di un cambiamento di rotta, il sistema economico pre CoronaVirus non è più sostenibile e non parliamo solo di sostenibilità ambientali.

Ritornare al sistema economico pre CoronaVirus avrà un prezzo in termini di vite umane.

Possiamo continuare come prima dell’emergenza considerando le vittime un danno collaterale, o riconsiderare tutto il sistema produttivo ed economico, puntando ad una nuova economia sostenibile in cui la dignità umana è posta davanti al profitto.

É in quest’ ultimo scenario che noi crediamo.


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