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Segnali di ripartenza

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La conferenza stampa che anticipava le prossime misure della Fase 2 ha generato non poche perplessità non solo tra le persone e tra i telespettatori sintonizzati sui canali di comunicazione di Palazzo Chigi, ma anche e soprattutto tra le forze politiche. L’opposizione, insieme con alcuni pezzi di maggioranza, alza il tiro chiedendo condizioni meno stringenti, nella visione tutta economicista di un paese declassato da una agenzia di rating (Fitch che anticipa di tre mesi il verdetto sul nostro debito) e con la convinzione di trovarsi in una situazione ordinaria e non emergenziale, in cui la bagarre fa parte del gioco e oramai l’emergenza è alle spalle. La realtà è un po’ diversa da quella che vanno raccontando, tra una manifestazione in Piazza Colonna e un’ospitata in tv.

Ieri abbiamo avuto 382 decessi, per un  totale di 27.359 da inizio epidemia; 2.091 i nuovi casi per un totale di 201.505. Eppure indubbiamente scendono ormai dai primi di aprile i pazienti ricoverati in terapia intensiva (dai 4.068 del 3 aprile ai 1.863 di ieri) e quelli ricoverati in regime ordinario (dai 29.010 del 4 aprile 19.723); da due settimane diminuiscono gli attualmente positivi (105.205).

Il progresso è dovuto alle misure stringenti volute dal governo dai primi di marzo ad oggi. Mentre qualcuno chiedeva di tenere tutto aperto, poi di inasprire le misure e chiudere di più, poi ancora (ieri) di riaprire tutto e subito, dal governo si è saggiamente deciso di fare affidamento sul comitato tecnico scientifico e di puntare a ridurre l’ R0 (erre con zero). Un approccio, quello italiano, che ha tracciato un rigo tra i Paesi più votati ai numeri economici e quelli con un riguardo effettivo per la salute pubblica.

R0 (il numero medio di infezioni secondarie prodotte da ciascun individuo infetto) nel caso di SarsCov2 è di 2,5/3 in condizione di libertà assoluta e in assenza di una terapia certa: ogni infetto ne contagerà altri tre. È successo prima del 20 febbraio e potrebbe succedere di nuovo. A seguito delle stringenti misure di contenimento, attualmente l’indice (che a questo punto chiameremo Rt perché in condizioni contingentate) sarebbe tra 0,5 e 0,7  secondo l’Istituto superiore di sanità (Iss). Con questi numeri si è potuto pensare ad una graduale riapertura dal 4 maggio in poi. Il comitato dei tecnici ha giocato un ruolo di primo piano disegnando tutti i possibili scenari di riapertura. Ora tocca alla politica scegliere quale adottare.

Secondo lo studio (https://www.docdroid.net/ohCNM5t/riaperture-report-27222827-pdf) su cui il governo ha basato il programma della fase 2, basterebbe riaprire anche solo tutti i negozi (oltre a industria ed edilizia che ripartiranno dal 4 maggio) per far salire l’indice stimato dei contagi (Rt) sopra la fatidica soglia di 1, dove un contagiato infetta a sua volta in media un’altra persona.

Ora, grazie al potenziamento voluto dal ministro Speranza, i posti letto in terapia intensiva sono stati portati a quasi 10.000 unità le possibilità di apertura sono effettivamente aumentate, ma tra una R di 0,92 e 1,17  sarebbero ricoverate in terapia intensiva fino a 5.303 persone tutte insieme (il picco del 3 aprile fu di 4.068) e il totale potrebbe arrivate a 32 mila alla fine dell’anno. Ecco perché occorre cautela.

Naturalmente sarebbe ancora peggio se, oltre ai negozi, riaprissero immediatamente ristoranti, bar e alberghi – come richiesto da qualcuno –  che occupano 1,162 milioni di lavoratori e prevedono il rapporto col pubblico (milioni di clienti). Sono gli scenari contrassegnati dalla lettera C del rapporto compilato dal comitato tecnico scientifico e dai numeri da 35 a 46 coi rispettivi scenari: la R sarebbe tra 0,99 e 1,83, le terapie intensive dovrebbero accogliere fino a 85 mila persone, i posti letto attuali sarebbero saturi dal 31 agosto per i soli malati di Coronavirus senza contare tutte le altre innumerevoli patologie che richiedono l’ingresso in UTI.

La sola riapertura delle scuole, si legge nel documento, potrebbe portare allo sforamento del numero di posti letto in terapia intensiva attualmente disponibili a livello nazionale. L’indice salirebbe all’1,33 portando a 7.657 i ricoveri in terapia intensiva. Ecco perché si è decisa la riapertura a settembre. D’altra parte anche la Francia ha rivisto le proprie stime in proposito.

Riaprire tutto, infine, secondo il modello matematico dell’Istituto superiore di Sanità, porterebbe ad una situazione incontrollabile: indice di contagio al 2,25 che si tradurrebbe in 151 mila in terapia intensiva, rianimazioni piene già l’8 giugno (scenario A). Quando sentiremo dunque qualche leader di partito a caso ripetere “riapriamo tutto” ricordiamoci bene questi dati.

E’ vero che alcune nazioni sono riuscite ad eradicare il virus salvo alcuni casi da ritorno, ma è anche vero che il nostro SSN, seppure tra i migliori al mondo, ha perso 37 miliardi in dieci anni (numeri della Fondazione Gimbe ricalcolati con l’infalzione, con buona pace di chi millanta aumenti inesistenti).

Anche su questo aspetto è stato incentrato l’intervento del ministero della Salute. Una certezza, in tutta questa storia, sono infatti le 21.758 assunzioni dal 21 febbraio al 24 aprile. Sono 4.535 medici, 10.265 infermieri e 4.579 operatori socio-sanitari che vanno a irrobustire la Sanità pubblica. Fermo restando la carenza di medici che dopo l’emergenza dovremmo affrontare. Chi scrive auspica che al termine della pandemia, imparata la lezione, verrà aumentato il numero di borse di specializzazione medica, rivelatesi totalmente inadeguato a garantire un sistema efficiente.

Dicevamo dal 4 maggio quindi torneranno al lavoro quattro milioni e mezzo di italiani, tra costruzioni, manifattura, servizi collegati, ovviamente nel rispetto dei protocolli. Non è troppo poco, bensì una base per poter fare una riapertura progressiva e completa. Sarà un test importante.

Si procederà ad un allentamento a ondate, seguendo i dati aggiornati dai territori (si spera in tempi rapidi). In tal modo avremmo un graduale ritorno alla normalità  mantenendo alta la guardia e salvaguardando l’interesse delle persone, oltre alla ripresa economica. Si provi a immaginare le conseguenze di una ricaduta su scala nazionale: sono scenari che non possiamo permetterci.

Non a caso sarà possibile stringere nuovamente la vite laddove i contagi dovessero ricominciare a salire e parimenti allentare le misure in alcune zone ritenute più sicure.

Servirà una gestione capillare, da macro a micro aree. Ad esempio è altamente probabile che in Basilicata, Molise e Sardegna i bar e i ristoranti e i parrucchieri potrebbero riaprire prima dal 18 maggio, visto il numero modesto di casi. Le regioni del Sud, nonostante tutte le difficoltà sono infatti riuscite a contenere la diffusione del virus. Una graduale riapertura ulteriore, localizzata a questi territori risparmiati dai contagi, potrebbe essere il primo passo verso la ripresa. Il tutto a patto di un aumento dei tamponi per chi rientrerà al lavoro e di una mappatura coi test sierologici in modo da capire chi è entrato in contatto con l’agente eziologico.

Tuttavia resta imperativo non abbassare la guardia. Roberto Speranza ha lanciato recentemente 5 punti per affrontare il medio-lungo periodo: Distanziamento sociale, mascherine per tutti (al prezzo fissato a 0,50 cent dallo stato onde evitare affaristi del caso), una rete di Covid hospital su tutto il territorio nazionale, uno studio a campione per capire quanti sono i contagiati in Italia e un’app,

Le reti sanitarie serviranno a rafforzare i servizi di prevenzione sul territorio. Quando una persona riferirà dei sintomi verrà immediatamente raggiunta da una squadra specializzata che la prenda in carico dal tampone alla terapia. Gli obiettivi saranno individuare i positivi, isolare i contatti stretti e monitoraggio in particolare le residenze per anziani.

I Covid hospital sono centri specializzati, i quali dovranno restare aperti anche quando il virus allenterà la presa sull’Italia. Questo perché fino alla distribuzione del vaccino non si può escludere un’ondata di ritorno. Gli ospedali tradizionali devono potersi concentrare su tutte le terapie ordinarie.

Riguardo ai test saranno disponibili tamponi più rapidi. Speranza invita ad attenersi alle priorità indicate dall’Oms e dal Comitato tecnico-scientifico. Riguardo ai test sierologici, partirà presto uno studio nazionale su un campione di decine di migliaia di persone: si farà un prelievo di sangue per capire quanti italiani sono entrati in contatto con il virus.


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