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MGS Sardegna: Iran, il grande gioco

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In seguito ai recenti sviluppi iraniani abbiamo pensato, come organizzazione politica regionale di Sinistra, di provare a definire un quadro chiaro e il più possibile esaustivo della situazione in MO.

Quella che segue è la posizione ufficiale elaborata e redatta da MGS Sardegna, partendo da numerosi report e testimonianze raccolte da noi nel corso dello scorso anno.

Per cominciare questa storia dobbiamo tornare indietro di qualche tempo:

Durante la presidenza Obama, al netto dei soliti tentativi di rivoluzioni colorate (Gene Sharp docet) riuscite piuttosto male (quando non fallite miseramente dal nord Africa all’est Europa), si era effettivamente cambiato schema di gioco con l’Iran, diminuendo la morsa delle sanzioni, per impedirne l’avvicinamento a Russia e Cina.

Dopo otto anni di guerra in Siria con esito favorevole per Bashar Al Assad, e con l’arrivo di Trump e dei neoCon alla Casa Bianca, per gli USA è tornato prioritario il vecchio schema: colpire l’iranstrangolando la sua economia e impedendo l’esportazione di idrocarburi, favorendo così l’alleato Israele e le monarchie del Golfo (che regolano peraltro il valore stesso del dollaro).

Perché l’Iran?

“’L’Iran non ha nulla a che vedere con il resto degli Stati mediorientali costruiti con la squadretta durante il Novecento. L’Iran è la Persia, un Paese con storia e cultura profondissime, un Paese i cui confini sono dati dai fiumi e dalle catene montuose, sono sempre stati lì.” R. Mauriello.

Oltre che una notevole potenza terrestre a fianco di Russia e Cina, l’Iran sta riorganizzando il Medio Oriente con importanti infrastrutture: vediamo quali.

1 – una linea ferroviaria che va dall’altopiano iranico al Mediterraneo, tassello chiave del corridoio centrale della Via della Seta, che dovrebbe portare i treni cinesi fino a Istanbul passando proprio per Teheran e di contro esportare, come fonte di approvvigionamento per Pechino, il petrolio iraniano.

2 – una pipeline che trasporti il gas del più grande giacimento scoperto sino ad oggi, il North Dome/South Pars del Golfo Persico che gli iraniani hanno in condominio amichevole col Qatar – alleato della Turchia – nel Mediterraneo. La condotta ipotetica potrebbe anche passare in Libano facendo un ottimo assist a Hezbollah.

 

Sul piano politico invece, quando si parla dell’influenza iraniana in Medio Oriente ci si imbatte spesso nella cosidettaMezzaluna sciita”, un’area che va dall’Iran fino al Libano passando per l’Irak e la Siria e che permetterebbe a Teheran di espandere la propria presenza fino alle porte di Israele. Esiste infatti un’intricata rete d’influenza iraniana negli ambienti sciiti della regione (Siria, Libano, Yemen, Irak ma ricordo che gli abitanti del Bahrein sono in maggioranza sciiti sebbene il monarca sia sunnita filo-saudita e anche la zona dei pozzi sauditi è a forte presenza sciita)

Da qui il ruolo del generale Soulemani in questa storia, assassinato il 2 gennaio, ma ne parleremo più avanti.

Dicevamo nel 2018 tornano le sanzioni, sospese durante l’era Obama. Non solo, Trump ammonisce gli alleati minacciando chi avesse continuato a fare affari con Teheran, pena incappare nelle contromisure americane. L’UE risponde in ordine sparso ma opta infine per il silenzio assordante, l’Italia non ne parliamo (eppure importiamo quasi il 90% del nostro fabbisogno dall’estero, la metà del quale proprio dal MO). L’Italia e la Germania sono i principali partner europei dell’Iran.

Tuttavia, l’ennesimo round di sanzioni che affliggono l’Iran da 40 anni, colpisce soprattutto i Paesi industrializzati o in via di industrializzazione dell’Asia: Turchia, India, Cina, Giappone e Sud Corea.

Ricordate l’incidente del 13 giugno scorso avvenuto nello stretto di Homuz di fronte alle coste iraniane, che vide una petroliera giapponese (la Kokuka Courageous) colpita da missili di ignota provenienza?

Tokyo, quarta consumatrice mondiale di greggio e decisa a non appiattirsi completamente alla strategia americana, stava tentando di mettere in sicurezza gli approvvigionamenti energetici del Giappone, mandando il proprio premier Shinzo Abe in persona a trattare con Teheran (la prima visita di un premier giapponese nella Repubblica Islamica). “L’insubordinazione” giapponese, proprio mentre gli Stati Uniti erano impegnati a fare terra bruciata attorno all’Iran, è stata punita col un attacco “piratesco”, per non dire terroristico, alla stregua di quanto accaduto pochi giorni fa a Baghdad.

Alla fine del 2019 Trump completa il cambio di strategia rispetto al suo predecessore: scarica i curdi. L’agognato etnostato o “sunnistan” dicono alcuni, tra Irak e Siria per controllare le mire iraniane viene messo da parte. Gli americani annunciano il ritiro delle proprie forze dal Nord della Siria. I turchi ne approfittano e invadono la repubblica Siriana che nel frattempo aveva sconfitto, insieme proprio agli iraniani e ai russi il califfato nero. Assad, grazie al supporto della popolazione locale e della mediazione russa, riesce a risolvere favorevolmente la crisi e fermare Recep Tayyip Erdogan. Quest’ultimo si avvicina sempre più ai russi, dopo la presa di distanze da parte dei partner europei (vedi l’acquisto di contraerea russa s-400).

Non potendo più contare sulla piena agibilità delle basi in Turchia e vista la loro ormai illegale presenza in Siria (dove continuano a rubare petrolio impunemente al popolo Siriano) gli americani cominciano pertanto a trasferirsi in Irak.

Il campo di battaglia più ovvio per l’ennesima guerra per procura infatti è e sarà chiaramente l’Irak, in cui ci sono tante forze pro e anti-iraniane che possono fornire le condizioni per un conflitto lungo, sanguinoso e prolungato (Muqtada al- Sadr ha appena dichiarato che l’Esercito del Mahdi verrà di nuovo mobilitato).

Lo aveva capito molto bene il generale Qasem Soleimani.

E qui veniamo all’ultimo atto dell’anno scorso, l’assalto all’ambasciata americana di Baghdad. Per cominciare diciamo che quest’ultima è la più grande ambasciata al mondo (40 ettari) con 16 mila dipendenti. Ma soprattutto, come rivela Eric Zuesse in un documentatissimo articolo, è l’unica sede diplomatica che spedisce in giro per il mondo migliaia di tonnellate in cargo e containers coperti da segreto militare. Sicuramente non sono merci prodotte in Irak. Né si può immaginare che l’ambasciata USA produca merci fisiche al suo interno.

Non si sa ad esempio cosa abbia spedito l’ambasciata americana di Baghdad verso la corrispettiva a Helsinki, giusto per citarne una (http://www.helsinkitimes.fi/…/16083-what-does-the-us-embass…baghdad-export-to-finland-and-dozens-of-other-countries.html), di tanto voluminoso che la sede finlandese ha dovuto affittare un grande magazzino abbandonato a Malmi, presso l’aeroporto, per ammassarvi il carico in arrivo.

Wikileaks riporta, per la Finlandia, una “Lista acquisti dell’ambasciata degli Stati Uniti” (sic) 24 documenti separati, uno dei quali è “RFP 191Z1018R0002 Servizi di trasporto marittimo di missione Iraq” , datato “17/05/18”.

Inoltre, spedizioni della ambasciata USA a Baghdad avvengono verso paesi quali Lituania, Moldavia, Ucraina, Albania, Bosnia ed Erzegovina, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Ungheria, Macedonia, Montenegro, Polonia, Romania, Serbia, Slovacchia, Slovenia, Kosovo)”.

L’ambasciata USA a Baghdad esporta tonnellate di merci anche negli stessi Stati Uniti, specie negli stati sulla costa orientale. È un commercio di migliaia di tonnellate, coperte da segreto militare e diplomatico: armamenti, ovvio, ma forse anche di peggio.

Dopo l’assalto a questo “emporio di democrazia” insomma, avvenuto sotto capodanno, ecco arrivare la rappresaglia del Pentagono. In Italia sono le 3 del mattino del 3 gennaio 2020. Trump ha appena pubblicato su Twitter la bandiera degli Stati Uniti. Poco prima aveva dato l’ordine, su pressione del segretario di stato Mike Pompeo e del ministro della difesa Mark Esper, entrambi neoCon, di assassinare il generale Qassem Soleimani, comandante della Brigata “Al Quds” delle Guardie Rivoluzionarie iraniane. Una mossa, quella dell’entourage trumpiano veramente pericolosa e avventata, spinta soprattutto da motivazioni interne (elezioni imminenti).

Soleimani era la mente e il braccio strategici dell’Iran, primo consigliere di Ali Khamenei.

Era politicamente vicinissimo a Mahmud Ahmadinejad, succeduto da Hassan Rouhani, firmatario dell’accordo con cui Obama convinse l’Iran a smantellare la propria industria nucleare (mirata a fini medici ed energetici più che militari in realtà), in cambio dell’allentamento delle sanzioni di cui parlavamo all’inizio.

Souleimani era per tanti in MO l’uomo che aveva sconfitto l’Isis a Mosul e poi in tutto l’Iraq, l’eroe responsabile della cacciata di Daesh e delle varie formazioni Al Qaida dalla Siria. Il liberatore di Aleppo. Colui che liberò e restituì al mondo intero, insieme ai russi, lo stupendo sito di Palmira che il califfato nero voleva distruggere.

Innumerevoli, evidenziate in video, foto, documenti e testimonianze, sono state le prove fornite dalle unità di Soleimani e dagli eserciti iracheno e siriano, sulla collaborazione di Stati Uniti e Nato con le orde dei jihadisti: armamenti, rifornimenti di ogni genere da aerei, intelligence, evacuazione da situazioni compromesse, come a Raqqae Mosul. Oltre alle note e documentate attività di finanziamento, addestramento e fornitura di armi, nei paesi vicini quali Turchia e Arabia Saudita.

Tale era la popolarità, oltre che la forza militare, delle milizie volontarie guidate da Soleimani che, in Iraq, poterono esercitare una fortissima pressione sui successivi governi che, installati con il beneplacito di Washington, gradualmente assunsero posizioni sempre più ostili all’occupante e alle migliaia di militari e mezzi tuttora nel paese. Quando Trump trasferì dalla Siria truppe in Iraq, accadde l’inverosimile: il Parlamento iracheno compatto chiese agli Stati Uniti di ritirare le proprie forze.

Ecco spiegato perché a notte fonda, il 2 gennaio 2020, un drone statunitense assassina Soleimani, violando ogni regola del diritto internazionale. Insieme a lui perdono la vita altre 8 persone, tra cui non a caso il dirigente delle Forze di Mobilitazione Popolare irachene (Haashd al-Shaabi), Abu Mahdi al-Muhandis.

Il 5 gennaio, il premier iracheno riferirà poi al parlamento che Soleimani era a Baghdad su suo invito, perché chiamato a una mediazione tra le parti. Non a caso il generale viaggiava su un volo di linea. In pratica gli Stati Uniti hanno ucciso un diplomatico in visita su richiesta del premier di un paese “amico”. Inutile contare quante regole internazionali sono state infrante.

Che succederà ora? Difficile a dirsi.

Gli iraniani sono giocatori di gran lunga più sofisticati degli imprudenti americani. Quindi in primis è improbabile che Tehranfaccia qualcosa che gli Stati Uniti si aspettano. O faranno qualcosa di completamente diverso, o agiranno molto più tardi, una volta che gli Stati Uniti abbasseranno la guardia.

C’è in primo luogo il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in cui Russia e Cina bloccheranno qualsiasi risoluzione americana che condanni l’Iran.

Scrivevamo pochi giorni fa:

“Esiste inoltre la via politica e parlamentare: se gli iracheni dichiareranno ufficialmente gli Stati Uniti come una forza di occupazione in Iraq, questi ultimi saranno costretti ancora una volta ad usare la forza per restare sul territorio, con tutte le drammatiche conseguenze del caso (che abbiamo imparato a conoscere in questi anni).”

Il giorno 5 gennaio 2020 il parlamento iracheno approva la mozione per porre fine alla presenza delle truppe americane in Irak e, alla presenza del Premier, incarica il Governo di presentare una denuncia formale contro Usa alle Nazioni Unite e al Consiglio di Sicurezza.

Il premier Adel Abdul Mahdi dichiarerà in seguito: “I funzionari iracheni stanno preparando un memorandum di misure legali e procedurali per attuare la decisione del Parlamento iracheno di espellere tutte le forze straniere dal territorio iracheno”.

Cacciare gli Stati Uniti dall’Iraq significherebbe per gli USA dover rinunciare alla Siria orientale, poiché le loro truppe sarebbero in pericolo tra due stati ostili. Se gli americani lasceranno la Siria e l’Iraq, questa sarà la vendetta finale dell’Iran senza aver sparato un solo colpo.

La fine della presenza americana in quelle aree strategiche. L’inizio dell’egemonia Cinese e dei suoi partner.

Per rassicurare chi teme un conflitto imminente, malgrado la gravità delle azioni degli Stati Uniti, è molto più probabile che Iran, Cina e Russia porteranno il conflitto sul piano politico e non apertamente militare. E questo è sempre, certamente, molto più desiderabile di qualsiasi forma di violenza.

 

 


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